Donald Trump ha recentemente lanciato un attacco senza precedenti contro il Vaticano, definendo l’attuale Pontefice, Papa Leone XIV, un leader “debole” e “pessimo in politica estera”. Lo scontro, culminato tra il 13 e il 15 aprile, segna una frattura storica nei rapporti tra la Casa Bianca e la Santa Sede.
Durante una serie di dichiarazioni pubbliche, il presidente Trump ha criticato aspramente la posizione del Papa, in particolare riguardo ai conflitti internazionali e alle minacce militari in Medio Oriente.
Trump ha descritto il Pontefice come un “liberale” e un uomo incapace di gestire le dinamiche di potere globali, arrivando a dichiarare: “Senza di me non sarebbe in Vaticano”.
Anche il vicepresidente Vance ha rincarato la dose, esortando il Vaticano ad attenersi esclusivamente alle “questioni morali” e a non interferire nelle scelte politiche degli Stati Uniti.
La risposta di Papa Leone XIV è stata immediata e ferma. Il Pontefice ha dichiarato di “non avere paura” e ha ribadito l’intenzione di continuare a parlare contro la guerra e a favore della pace, definendo le minacce di violenza “sataniche”.
Sia la CEI che i vescovi statunitensi hanno espresso profondo rammarico, ricordando che il Papa non è una controparte politica ma una guida spirituale chiamata a servire la verità.
Questa escalation non nasce nel vuoto. Già sotto il pontificato di Papa Francesco, scomparso nell’aprile del 2025, i rapporti erano tesi a causa delle divergenze su immigrazione e ambiente. Francesco aveva definito “non cristiano” l’approccio di Trump sulla costruzione del muro al confine col Messico, ricevendo come risposta l’appellativo di “vergognoso”.
Oggi, con Leone XIV — il primo Papa di origine americana — la tensione è diventata ancora più personale. Per Trump, la voce di un Pontefice statunitense che si oppone alle sue politiche nazionaliste viene percepita come un vero e proprio “tradimento” politico.







