In un colpo di scena arrivato a soli 90 minuti dalla scadenza del “giorno del giudizio”, il Presidente Donald Trump ha annunciato una proroga di 14 giorni dell’ultimatum militare contro l’Iran.
La decisione, comunicata attraverso un post su Truth Social nella tarda serata del 7 aprile, ha allentato – almeno temporaneamente – la tensione globale che vedeva il mondo sull’orlo di un conflitto su vasta scala.
L’ultimatum originale prevedeva un attacco massiccio contro le infrastrutture critiche iraniane se Teheran non avesse riaperto immediatamente lo Stretto di Hormuz e accettato un nuovo drastico piano di pace.
Trump aveva usato toni senza precedenti, minacciando di “cancellare una civiltà” e colpendo preventivamente siti nucleari e centrali elettriche con una “raffica di bombardamenti mai vista prima”.
La scelta di Washington di concedere altre due settimane di tempo non è stata un atto di distensione unilaterale, ma il risultato di una pressione diplomatica asfissiante coordinata dalle principali potenze mondiali.
Gli sforzi dei mediatori hanno portato alla presentazione di una “bozza di accordo definitivo” che l’amministrazione americana ha accettato di valutare, concedendo a Teheran lo spazio di manovra necessario per ratificarla.
Nonostante il rinvio, il clima resta di massima allerta. Trump ha chiarito che i 14 giorni di tregua non sono negoziabili:
– Riapertura dello Stretto: il traffico commerciale deve riprendere senza interferenze.
– Smantellamento dei siti sensibili: gli USA chiedono garanzie verificabili sul programma nucleare.
– Presenza militare: le portaerei statunitensi rimangono posizionate nel Golfo Persico, pronte a colpire in caso di violazione della tregua.
I mercati finanziari hanno reagito con un timido rimbalzo, sollevati dall’allontanamento dello spettro di un blocco petrolifero totale.
Tuttavia, gli analisti avvertono: la “diplomazia dell’ultimatum” di Trump ha creato un precedente che lascia pochissimo spazio a errori di calcolo. Se tra due settimane non si arriverà a una firma, il rischio di una “guerra totale” tornerà a essere l’unica opzione sul tavolo della Casa Bianca.







