Nel mezzo di un acceso dibattito nazionale sulla sicurezza del personale scolastico, un caso solleva interrogativi profondi sul confine tra giustizia penale e pedagogia. Uno dei docenti dell’Itis “Leonardo Da Vinci” di Parma, accerchiato e aggredito da un gruppo di studenti nei pressi del parco ex Eridania, ha ufficialmente confermato la decisione di non sporgere denuncia contro i ragazzi coinvolti.

«In questura mi hanno quasi implorato di procedere, ma io non lo faccio per principio», ha spiegato il docente. L’episodio, documentato in un video diventato virale sui social network, è scaturito da un banale rimprovero all’esterno dell’istituto scolastico. Il docente aveva richiamato un ragazzo che aveva preso a calci una lattina, scagliandola contro la portiera di un’auto parcheggiata.
Il richiamo ha innescato la reazione del giovane, spalleggiato subito dopo da alcuni coetanei. Nonostante la tensione delle immagini, il professore ha ridimensionato la portata fisica dell’accaduto, sottolineando di non aver subito danni o lesioni e rifiutando la definizione stessa di “massacro” o “aggressione grave”.
Se sul fronte penale la scelta del docente blocca l’azione della magistratura (trattandosi di reati perseguibili a querela di parte), la risposta dell’istituto scolastico è stata immediata sul piano disciplinare. L’istituto ha già disposto la sospensione di 30 giorni per i tre studenti identificati come principali responsabili dello scontro.

La decisione del professore ha spaccato l’opinione pubblica e il mondo della scuola, delineando due visioni contrapposte:
- la visione del docente: per l’insegnante, rinunciare alle vie legali rappresenta un preciso “intervento educativo”. L’obiettivo è evitare la stigmatizzazione penale di minorenni per un errore, preferendo che il percorso di riabilitazione passi esclusivamente attraverso le sanzioni e la riflessione interna all’istituto scolastico.
- Le critiche: di contro diverse testate ed esperti di diritto scolastico hanno definito la scelta come una “lezione diseducativa”. La critica principale si concentra sul rischio di trasmettere un messaggio di impunità, specialmente in un periodo storico in cui le tutele per gli insegnanti sono al centro di riforme ministeriali volte a inasprire le pene per chi aggredisce il personale della scuola.

Mentre i tre ragazzi sconteranno il mese di allontanamento dalle lezioni, il caso di Parma resta l’emblema di un dilemma irrisolto: la scuola deve punire per proteggere la propria autorevolezza o perdonare per tentare di recuperare i propri alunni?




