In Italia si va in pensione prima nelle regioni del Nord, guidate dal Trentino-Alto Adige, grazie a carriere lavorative più lunghe e stabili che permettono l’accesso anticipato.

I dati ufficiali dell’ultimo Rendiconto sociale Civ-INPS evidenziano una netta divisione geografica: mentre la legge fissa la pensione di vecchiaia a 67 anni, l’età media di uscita effettiva scende a 64,1 anni per gli uomini e 65,4 anni per le donne per merito delle opzioni anticipate, sfruttate quasi esclusivamente nelle aree settentrionali.

I lavoratori residenti nel settentrione riescono ad aggirare lo scalone dei 67 anni sfruttando la pensione anticipata ordinaria, che richiede 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.

La graduatoria basata sull’età media alla decorrenza mostra distacchi importanti tra i territori. Gli uomini vanno in pensione prima in Trentino-Alto Adige con una media di 62,3 anni. Seguono a ruota le altre regioni del Nord come Veneto, Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, tutte abbondantemente sotto la media nazionale.

Le donne dell’Alto Adige registrano l’età di uscita più bassa in Italia, pari a 64 anni. Anche per la componente femminile, il Nord (Veneto, Valle d’Aosta, Lombardia) si posiziona sotto la soglia dei 65 anni.

Al polo opposto della classifica si trovano le regioni meridionali e parte del Centro Italia, dove le interruzioni lavorative e il lavoro discontinuo costringono la maggior parte delle persone ad aspettare la pensione di vecchiaia ordinaria.

La maglia nera spetta alla Calabria, dove l’età media per il ritiro dal lavoro sale a 66,2 anni. La situazione più critica per le donne si riscontra in Umbria, dove lavorano fino a una media di 67 anni tondi, seguita dalla Calabria a 66 anni e sette mesi.

Il divario territoriale non dipende da leggi diverse, ma dalla qualità e stabilità della carriera lavorativa. Le ragioni principali includono:

  • Continuità contributiva: nel Nord il mercato del lavoro offre storicamente contratti a tempo indeterminato e minori periodi di disoccupazione. Questo permette di accumulare i 41 o 42 anni di contributi necessari molto prima dell’età anagrafica di vecchiaia.
  • Tasso di occupazione femminile: nelle regioni settentrionali le donne entrano prima nel mercato del lavoro e mantengono l’impiego anche dopo la maternità, accumulando una striscia contributiva ininterrotta.
  • Frammentazione al Sud: nel Mezzogiorno prevalgono carriere discontinue, contratti stagionali o periodi di inattività. Senza il monte contributivo minimo per l’anticipo, i lavoratori sono obbligati ad attendere il compimento dei 67 anni previsti dalla legge.

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