La recente approvazione della legge sul suicidio assistito da parte dell’Emilia-Romagna ha riacceso il dibattito etico e politico in Italia. Sul tema è intervenuto con fermezza Monsignor Enrico Solmi, Vescovo della Diocesi di Parma ed ex presidente della Commissione Vita della CEI, che attraverso canali ufficiali e pubblicazioni editoriali ha espresso una posizione nitida e radicata nell’antropologia cristiana.

Commentando le normative sul fine vita introdotte a livello locale, Mons. Solmi ha lanciato un forte appello alla cautela sociale. Il vescovo evidenzia il rischio che l’anticipazione di leggi regionali, in assenza di un quadro nazionale condiviso, possa aprire le porte a una “generalizzazione dell’eutanasia”.
Secondo Mons. Solmi, serve un quadro normativo unitario e rigoroso che impedisca derive e scelte arbitrarie, tutelando in primis i soggetti più fragili e vulnerabili.

Per il Vescovo di Parma, la sofferenza e la malattia non si superano interrompendo la vita. In molteplici interventi solenni e conferenze bioetiche, Solmi ha ribadito concetti cardine del pensiero della Chiesa:
- Rifiuto del suicidio assistito: non rappresenta una risposta dignitosa alla sofferenza umana.
- No all’accanimento terapeutico: la via retta rifiuta l’ostinazione irragionevole dei trattamenti, rispettando il naturale decorso biologico.
- Centralità delle cure palliative: la sofferenza va lenita attraverso la vicinanza medica, psicologica e spirituale.
Il fulcro della visione del vescovo risiede nel concetto profondo di “prossimità familiare” e medica. Di fronte al dolore, la vera risposta della società e della comunità cristiana deve configurarsi come un insieme di scelte assistenziali e umane volte a “prendersi cura” della persona nella sua totalità.
Accompagnare l’infermo verso il naturale termine dell’esistenza, offrendo dignità e sollievo medico, è l’unico reale indice di civiltà giuridica ed etica.






