C’è un pezzo di Emilia-Romagna che, all’inizio del Novecento, ha attraversato l’oceano per mettere radici in Cile. È la storia dei coloni modenesi che fondarono Capitan Pastene, comunità nel sud del Paese dove ancora oggi i discendenti degli emigranti italiani custodiscono tradizioni, ricordi e un forte senso di appartenenza alle proprie origini.

È da questa storia emiliana, e dalle sue zone d’ombra, che parte Montecalvario, titolo internazionale Capitan Pastene, il nuovo documentario di Daniele Stocchi, prodotto da Limbo Film, Waterclock e Piroetta. Il film è presentato a Milano in selezione ufficiale al Concorso Italiano Lungometraggi del Festival Visioni dal Mondo.

Capitan Pastene rappresenta una delle tracce più lontane della storia migratoria dell’Emilia-Romagna. Qui l’eredità dei coloni provenienti dal Modenese continua a vivere nelle feste, nelle parate, nelle tradizioni familiari e nella memoria di una comunità che ha trasformato un’esperienza migratoria in una nuova identità.

Ma Montecalvario sceglie di guardare oltre il racconto dell’emigrazione come epopea di sacrificio e successo.

Nel paese cileno convivono infatti memorie diverse: quella degli italiani e dei loro discendenti, quella cilena e quella del popolo Mapuche, legata a una terra profondamente trasformata nel corso del Novecento. Il documentario mette queste storie una accanto all’altra, facendo emergere le contraddizioni che possono nascondersi dietro una memoria comunitaria condivisa.

Tra le voci protagoniste c’è quella di José, agricoltore Mapuche ed ex lavoratore dell’industria forestale. Attraverso la sua testimonianza, il film racconta il cambiamento del territorio e le conseguenze vissute da chi quella terra la abitava prima dell’arrivo dei coloni. La sua esperienza introduce nel racconto una memoria differente, capace di interrogare anche la narrazione delle origini italiane.

In questo senso, l’Emilia-Romagna è il punto di partenza di un viaggio che conduce molto lontano, fino al sud del Cile. La vicenda di Capitan Pastene racconta infatti non soltanto la capacità degli emigranti modenesi di ricostruire una comunità oltre oceano, ma anche il complesso intreccio tra migrazione, territorio, identità e memoria.

“Il passato non è semplice memoria, ma l’architettura del presente”, scrive Stocchi nella nota di regia. Ed è proprio nel presente di Capitan Pastene che Montecalvario cerca le tracce di ciò che è stato, mettendo a confronto il ricordo orgoglioso delle proprie origini con le testimonianze di chi ha vissuto dall’altra parte quella trasformazione.

La macchina da presa attraversa le case, le feste e i paesaggi della comunità, lasciando che siano soprattutto i volti e le parole dei protagonisti a costruire il racconto. Il risultato è un mosaico di appartenenze, contraddizioni e silenzi, nel quale la storia degli emigranti emiliani diventa parte di una vicenda più ampia.

Con una durata di 55 minuti, Montecalvario è diretto da Daniele Stocchi, con fotografia di Giuseppe Chessa e Luca Arseni e montaggio di Daniela Mancinelli. Il film è prodotto da Stefano Chiavarini, Andrea Garofalo e Berardo Carboni.

Con Montecalvario, la storia dell’emigrazione modenese diventa così una lente attraverso cui osservare una comunità nata dall’Emilia-Romagna e cresciuta dall’altra parte del mondo. Una storia italiana, ma anche cilena e Mapuche, che interroga il modo in cui le comunità scelgono di ricordare il proprio passato e ciò che accade quando, dentro quella memoria, trovano spazio anche le voci rimaste ai margini.

Emanuela Bruschi

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