Published On: Mer, Ott 14th, 2020

Cibo e salute: quando semplicità e agroecologia possono (letteralmente) salvarci la vita

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Nel rapporto tra cibo e salute, non conta solo cosa mangiamo, ma anche come gli alimenti vengono prodotti. Preferire cibi bio, coltivati secondo i principi dell’agroecologia può davvero allungarci la vita. Ecco perché

Immaginatevi due tavolate, praticamente identiche. Entrambe sono imbandite con cibi semplici: magari qualche ortaggio, del pane, un buon vino. Nonostante le somiglianze, il cibo contenuto nei piatti di una delle due è salutare, ha un basso impatto ambientale e preserva l’organismo dalle malattie; quello contenuto nei piatti dell’altra, invece, l’ambiente lo distrugge e le malattie le provoca. Come è possibile? Cos’è che fa la differenza, quando parliamo del complesso rapporto tra cibo e salute?
Cibo e salute: il come conta (spesso) più del cosa

Quello che cambia, tra le due tavolate “gemelle”, è il modo in cui vengono prodotti gli alimenti: i primi sono ottenuti rispettando i dettami dell’agroecologia, un sistema cioè che applica all’agricoltura i principi di rispetto dell’ambiente, del suolo, della biodiversità vegetale e animale evitando prodotti di sintesi e preferendo i metodi di coltivazione e allevamento biologici. I secondi provengono da un sistema industrializzato e sempre più standardizzato, dove i campi sono monocolture che crescono con l’aiuto di ingenti quantità di pesticidi, erbicidi e fertilizzanti chimici immessi al suolo e gli allevamenti – che sono intensivi e che non lasciano spazio agli animali – non esistono senza un utilizzo massiccio di medicinali. Un sistema che rappresenta la seconda causa di inquinamento del pianeta, e che più che a produrre, pensa ad “estrarre” gli alimenti, dal terreno e dagli animali, quasi fossero petrolio da cavare dai pozzi prima che si esaurisca del tutto.

E se vi domandate se la differenza tra le due tavolate conti davvero così tanto non solo per un discorso di tipo etico o per ridurre il nostro “peso” sull’ambiente, ma anche per tutelare la nostra stessa salute e il nostro benessere psicofisico, non c’è dubbio: la risposta è “sì”.

Un po’ di dati
Secondo la Fao, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, nell’arco degli ultimi cento anni l’umanità ha perso il 75 per cento della diversità genetica vegetale legata alla produzione di cibo. Alimenti a cui l’apparato digerente dell’Homo sapiens si era abituato – e per cui si era strutturato – nel corso di decine di millenni di evoluzione, sono completamente spariti nel giro di tre generazioni dai banchi dei mercati e dagli scaffali dei supermercati. Le specie coltivate sarebbero ormai solo 150 o poco più ma, segnala l’agenzia, la stragrande maggioranza degli esseri umani (il 95 per cento) si nutre principalmente di non più di trenta specie di piante.

Questo perché la cosiddetta Rivoluzione verde iniziata alla metà del Ventesimo secolo con lo scopo di “sfamare il mondo” ha opportunamente selezionato, standardizzato e “potenziato” con l’uso della chimica solo alcune varietà, tra cui spiccano per esempio mais, riso e grano: per aumentare la resa per ettaro, migliorare la competitività sul mercato delle colture e abbassare i prezzi si sono più o meno consapevolmente abbandonate altre specie, più “tradizionali” ma meno “redditizie”. Il risultato è stata una crescente standardizzazione della dieta che, secondo studi recenti, sarebbe sempre di più da correlare all’insorgere di diverse patologie: dalla malattia infiammatoria intestinale alla colite ulcerosa, dai disordini cardiovascolari alle malattie epatiche a diversi tipi di tumore.

In particolare, questa situazione risulterebbe particolarmente dannosa per il microbiota umano, ossia l’insieme dei microorganismi simbiotici che vivono nel nostro organismo – intestino, stomaco, bocca e gola – dalla cui salute dipende anche la nostra, causando un pericoloso abbassamento delle nostre difese immunitarie e lasciandoci esposti alle malattie.

Cosa fanno i pesticidi
Non solo. La perdita di diversità vegetale ha reso le stesse specie di piante coltivate più deboli, più vulnerabili agli eventi climatici, alle erbacce infestanti e ai parassiti; l’introduzione di monocolture, il mancato rispetto della stagionalità, l’abbandono del sistema della rotazione delle colture che consentiva una naturale rigenerazione del suolo hanno inoltre richiesto un sempre più massiccio aiuto da parte della chimica, generando un ulteriore circolo vizioso a danno della nostra salute.

A vari livelli, tutti siamo ormai esposti a pesticidi, erbicidi, fungicidi e altre sostanze: penetrano nel suolo e nelle falde acquifere e vengono dispersi dal vento; possiamo ritrovarli sotto forma di residuo negli alimenti e spesso possiamo venirne a contatto senza neppure accorgercene. È per esempio il caso del glifosato, contenuto nell’erbicida Roundup targato Monsanto: nonostante sia stato dichiarato “probabilmente cancerogeno” e nonostante diversi studi lo colleghino all’insorgenza di tumori, non solo non è stato bandito dall’Unione europea, ma viene ancora utilizzato ampiamente per evitare le erbacce nelle vigne, nelle cave, ai bordi delle autostrade, in scali e stazioni ferroviarie.

Secondo un numero sempre crescente di ricerche – che peraltro prendono in considerazione i singoli principi attivi e non il mix di sostanze con cui ciascuno di noi entra in contatto ogni giorno – non è più possibile negare una correlazione tra pesticidi e l’insorgere di patologie gravi e sempre più diffuse, come cancro, malattie respiratorie, disfunzioni metaboliche e tiroidee, infertilità e disordini riproduttivi, autismo, deficit di attenzione, iperattività e danni al neuro sviluppo nei bambini, diabete, malattie neurodegenerative come morbo di Parkinson, Alzheimer, sclerosi laterale amiotrofica (Sla).

Sofisticazioni alimentari e Mnt
Per la nostra salute, la situazione peggiora ulteriormente se sulla nostra tavola imbandita finiscono cibi confezionati, raffinati e alterati, ricchi di conservanti, coloranti, esaltatori di sapidità. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, le cosiddette malattie non trasmissibili (Mnt) causate da diete inadeguate, ricche di calorie, ma povere di sostanze nutritive, con elevati livelli di grassi, zuccheri e sale, causano 40 milioni di morti l’anno perché responsabili (o corresponsabili) di malattie cardiovascolari, diabete, obesità, tumori e malattie respiratorie croniche.

Quali soluzioni
Il quadro che ritrae il complesso rapporto tra cibo e salute pare più che mai fosco. Eppure una soluzione c’è ed è stata indicata recentemente proprio dalla stessa Fao, che ha decretato il fallimento della Rivoluzione verde e ha fatto appello per sostituire l’agricoltura intensiva con pratiche agroecologiche, le uniche, secondo l’organizzazione, in grado di sfamare davvero il mondo in modo sano ed equo, preservando l’ambiente e il paesaggio.

Ma, proprio come sta accadendo per la transizione verso le fonti energetiche rinnovabili, per una trasformazione del sistema agricolo serve l’impegno di tutti. Vuol dire per esempio, secondo gli esperti come Fiorella Belpoggi, direttrice del Centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni presso l’Istituto Ramazzini di Bologna, chiedere all’industria di investire per rendere più sicuri i cibi; significa, dati alla mano, chiedere a governi e istituzioni di snellire le procedure burocratiche per mettere al bando le sostanze dannose come il Roundup e di istituire ampi programmi di sensibilizzazione sia per i contadini, che devono riappropriarsi di pratiche ormai dimenticate, ma convenienti – per il suolo, la salute e l’economia – sia per i cittadini, che devono diventare sempre più consapevoli per resistere alle pressioni del mercato, ancora orientato verso i prodotti industriali.

Siamo fatti di Terra e i benefici dell’agroecologia
Si occupa proprio di questi temi il progetto Siamo fatti di Terra, nato dalla collaborazione tra Alce Nero, l’impresa partecipata costituita da agricoltori biologici e trasformatori, e LifeGate. Obiettivo: ricordare che ciò che fa bene all’ambiente e alla Terra, fa bene anche alle persone e, per questo, promuovere a tutti i livelli l’importanza delle pratiche agroecologiche.

Scegliere cibi semplici, biologici, locali, tipici fa bene alla salute: le colture bio sono più ricche di antiossidanti (a seconda degli alimenti, fino al 69 per cento in più), riducendo il rischio di tumore; non sono irrorate da pesticidi; hanno un miglior profilo nutrizionale e proteggono da allergie, obesità, patologie neonatali. Gli alimenti bio di origine animale, oltre ad essere ottenuti in maniera più etica, riducono il rischio di antibioticoresistenza.

Insomma, tra le due tavolate, non proprio identiche, scegliamo quella apparecchiata con piatti bio, ottenuti con pratiche agroecologiche. Se vogliamo preservare la salute nostra e delle persone che amiamo, è il primo passo.
www.lifegate.it

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