Il grande artista è scomparso ieri a Parigi: nel libro appena uscito “Il segno di Ustica” a cura di Andrea Mochi Sismondi la sua ultima intervista, una conversazione sulla sua installazione al Museo per la Memoria di Ustica, realizzata nel 2007

Bologna, 15 luglio 2021- Ottantuno bulbi luminosi sul soffitto che si accendono e si spengono al ritmo di un respiro, ottantuno specchi neriattorno ai frammenti ricomposti della carcassa del DC-9 Itavia, ottantuno altoparlanti che diffondono pensieri sussurrati: A proposito di Ustica è l’installazione che, su invito di Daria Bonfietti, Presidente dell’Associazione Parenti delle Vittime della Strage, Christian Boltanski realizzò nel 2007 all’interno del Museo voluto dall’Associazione per conservare il relitto dell’aereo abbattuto e precipitato il 27 giugno del 1980 nel braccio di mare tra Ponza e Ustica. Boltanski, uno dei più grandi artisti contemporanei, è scomparso ieri all’età di 77 anni nella sua casa di Parigi: le parole della sua ultima intervista sono raccolte nelle prime pagine del volume “Il segno di Ustica” (Cuepress) a cura di Andrea Mochi Sismondi, autore e direttore del collettivo di produzione artistica e teatrale Ateliersi di Bologna, uscito lo scorso 22 giugno, che raccoglie più di cinquanta conversazioni con altrettanti artisti, intellettuali, storici che si sono confrontati con la strage, dando vita ad una produzione artistica straordinaria e unica nella nostra storia per qualità e quantità.

La decisione di lavorare a un progetto artistico che ricordasse le vittime della tragedia fu presa da Boltanski dopo lunghe conversazioni con la Bonfietti e Benetti, che cementarono un rapporto di amicizia e fiducia reciproca: “io ho creato l’installazione per Daria Bonfietti e Andrea Benetti – ricorda l’autore nel libro. – Quando mi hanno parlato dell’abbattimento dell’aereo mi sono commosso, voglio loro molto bene, e questo è il motivo per cui ho fatto tutto questo. Ora l’installazione è un pezzo del mio cuore”. Si sottraeva, Boltanski, alla definizione della sua opera come opera a tesi, per rivendicare invece il senso più profondo dell’installazione in una riflessione sulla vita, sulla morte e sul potere emotivo ed evocativo della memoria, per questo aveva voluto nascondere gli oggetti delle vittime in nove sarcofagi neri, e per questo nulla nel suo lavoro ha una relazione diretta con la biografia delle 81 vittime della tragedia: “le parole che sono sussurrate dietro gli specchi neri non sono parole delle vittime, ma parole che io ho immaginato oppure cercato altrove o composto” si legge nel libro. “Ho provato a immaginare quali fossero le ultime cose alle quali quelle persone stavano pensando quando sono state uccise. Stavano elaborando progetti, pensavano a quello che avrebbero fatto il giorno successivo, o quello dopo ancora, o dove sarebbero voluti andare in vacanza. Ciò che è orribile è che quando muori improvvisamente ogni cosa scompare del tutto e nessuna di quelle cose non può più essere fatta”.

“Con la sua installazione permanente al Museo per la Memoria di Ustica, Christian è stato capace – con una straordinaria acrobazia semantica – di rendere un omaggio alla vita, all’immaginazione e alla proiezione verso il futuro – dice Mochi Sismondi. – Modulando il sussurro dei possibili pensieri quotidiani dei passeggeri dell’aereo con il respiro di ottantuno lampadine che si accendono e si spengono, ha saputo metterci in contatto con la densità di quelle vite spezzate dalla brutalità alla quale sono inconsapevolmente andate incontro. Vite che potevano essere la nostra, ci sembra dire con il suo lavoro, perché ognuno di noi – anima in viaggio – può entrare in collisione con la violenza cieca che ha devastato in migliaia di frammenti l’aereo, disperso i corpi, polverizzato gli effetti personali (e i pochi recuperati Christian li ha pudicamente sottratti allo sguardo, custoditi in nove sarcofaghi neri). Ma quel respiro persiste, anche dopo la sua morte, per indicarci la prosecuzione di percorso di consapevolezza esistenziale e coscienza politica che ficchi gli occhi ben dentro le ferite della storia”.

“Il segno di Ustica”
Le arti visive e il teatro, il cinema e la fotografia, la poesia, la narrativa, la danza: non c’è disciplina artistica che nel corso degli ultimi 41 anni si sia sottratta all’urgenza di confrontarsi con la strage di Ustica e con la molteplicità di questioni che la vicenda ha sollevato e continua, ad oggi, a sollevare. Un fenomeno unico nella storia del nostro Paese: a nessun evento, dal secondo Dopoguerra ad oggi, è stata dedicata una mole altrettanto ampia, per quantità e qualità, di produzione artistica. Nasce dalla necessità di interrogarsi sulle ragioni di questo unicum “Il segno di Ustica”, a cura di Andrea Mochi Sismondi, autore e direttore del collettivo di produzione artistica e teatrale Ateliersi di Bologna: il libro, edito da Cuepress, si compone delle conversazioni tra Mochi Sismondi e le artiste e gli artisti che si sono posti in relazione con la strage, per confrontarsi con loro sui diversi approcci che ne hanno contraddistinto il lavoro.
Grazie anche al ricco apparato iconografico e alle conversazioni con studiose e studiosi che hanno approfondito il fenomeno, emerge con nettezza la forza delle opere prodotte, e il segno comune di un contributo originale e incisivo alla riflessione sulla dimensione politica dell’arte e sul suo rapporto con la storia. Suddiviso in sezioni intitolate alle diverse discipline artistiche – Il teatro, la musica e la danza, La poesia, Le arti visive, Le immagini in movimento – il volume si apre con alcune conversazioni attorno al Museo per la Memoria di Ustica e si chiude con tre dialoghi che prefigurano gli sviluppi futuri della progettualità per la memoria. Tra i protagonisti delle conversazioni Christian Boltanski, che ha realizzato l’installazione permanente A proposito di Ustica per il Museo per la Memoria a Bologna, Marco Paolini, che ha debuttato nel 2000 con il Canto per Ustica che negli anni successivi ha attraversato la Penisola con centinaia di date, la cantautrice Giovanna Marini, autrice della Ballata di Ustica e di altri brani sulla tragedia, confluiti poi nell’opera Cantata del secolo breve, Michele Serra e Andrea Aloj, che realizzarono il dossier Com’è profondo il mare uscito assieme a Cuore nel 1994, raccolta di molte delle vignette satiriche su Ustica apparse sul leggendario settimanale nel corso degli anni; e ancora Nino Migliori, che nel 2007 fotografò i relitti del DC-9 durante l’allestimento del Museo, scatti confluiti poi nella mostra Stragedia, Marco Risi, regista de Il muro di gomma, e molti altri.

Andrea Mochi Sismondi è autore e direttore artistico del collettivo Ateliersi, all’interno del quale crea, insieme a Fiorenza Menni, progetti animati da un approccio antropologico all’arte e caratterizzati dall’attrazione per l’alterità e dalla sperimentazione di pratiche interdisciplinari. Mantenendo un focus specifico sulle arti performative, si dedica contestualmente alla cura del programma dell’Atelier Sì – hub per la sperimentazione artistica e culturale nel centro di Bologna – e alla pubblicazione di testi collegati al suo lavoro in teatro. Nel 2012 esce per Ombre Corte il suo libro Confini Diamanti. Viaggio ai margini d’Europa, ospiti dei rom, dedicato al lungo percorso di ricerca a Šutka, in Macedonia. Nel 2016 debutta De Facto, opera poetica elettronica di Ateliersi, per la quale conduce un’attenta analisi delle fonti relative alla vicenda di Ustica. Da quell’esperienza nasce il desiderio di ampliare l’orizzonte di indagine, che lo porta negli anni seguenti ad approfondire il lavoro dell’Associazione Parenti delle Vittime e a proporre un vasto confronto con gli altri artisti e pensatori che hanno lavorato sulla strage.

Lascia una Replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: