C’è una formula che riassume bene ciò che non va nella greenweek che si apre a Parma il prossimo 5 luglio: “fuori tempo massimo”.

Riavvolgiamo il nastro agli anni Novanta: l’ONU discute con grande serietà di come affrontare la crisi climatica; il Summit della terra di Rio è del 1992, la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici del 1994. Il dibattito parte da una granitica certezza: senza il coinvolgimento delle imprese questa partita, la cui posta in gioco è la sopravvivenza del genere umano, non può essere vinta. In altre parole: solo se la riduzione delle emissioni saprà andare a braccetto con la redditività degli investimenti il mondo potrà sperare di non sciogliersi sotto i colpi dell’aumento delle temperature. Ecco una definizione sintetica ma precisa della green economy, vale a dire l’asse portante del Protocollo di Kyoto, firmato nel 1997.

 

Vogliamo essere chiari: sul finire del XX secolo questo ragionamento aveva un suo senso, una sua praticabilità. Si era ancora nell’incanto della “fine della storia” – l’idea che l’economia di mercato fosse l’unica opzione percorribile dopo il fallimento della via sovietica alla pianificazione – ed era perciò diffusa la convinzione che nel settore privato stesse il motore dello sviluppo, del benessere, della prosperità. Bene ha fatto, dunque, la Comunità Internazionale a muoversi nella direzione dei mercati “verdi” (scambio di diritti di emissione, pagamenti per servizi eco-sistemici, derivati del clima, certificati di biodiversità).

 

Le istituzioni intelligenti, tuttavia, sanno fare bilanci oculati del proprio operato. La promessa della green economyapplicata al riscaldamento globale era al tempo stesso ambiziosa ed esplicita: la “mano invisibile” del mercato saprà ridurre le emissioni di gas climalteranti. Un quarto di secolo è un lasso di tempo più che sufficiente per valutare la bontà di una politica pubblica, a maggior ragione se si parla di crisi ecologica e si accetta l’ovvia considerazione che vi sia urgenza di agire con efficacia. Chiediamoci dunque: sono diminuite le emissioni?

 

 

 

Il grafico riportato dalla BBC risponde con eloquenza: no.

 

Si potrebbero discutere a lungo le ragioni di questo fallimento, in effetti una fetta anche abbastanza consistente di comunità scientifica lo fa da tempo, ma purtroppo non è stata invitata a parlare alla greenweek. Rimane però il fatto che il risultato – ciò che più conta – sia lampante: mettere il mercato al centro della politica economica non conduce a una riduzione delle emissioni. Anzi: le fa aumentare ulteriormente!

 

Vogliamo dunque essere chiari una seconda volta: oggi, nel 2021, riscaldare la minestra della green economy è mossa antiquata ancor prima che sbagliata, impraticabile e – soprattutto – nociva. Dietro la sfacciata operazione di greenwashing che l’eventificio della sostenibilità mette in scena a Parma si coglie la pigrizia di chi non sa sottrarsi alla coazione a ripetere, l’ottusità di chi non vuole accettare la propria epocale sconfitta, la pervicacia di una generazione bollita che tuttavia non cede il passo.

 

Ciò che verrà celebrato la settimana prossima meglio starebbe in un museo degli orrori.

 

Fortunatamente, però, c’è in giro molto altro. La società è in ebollizione e basta un poco di volontà e attenzione per imbattersi nelle buone pratiche di ecologia politica. Ci riferiamo in primo luogo al dibattito globale sul Green New Deal, che incrocia in modo originale e molto promettente il tema della lotta alle diseguaglianze con la necessità di protezione ambientale. Si tratta di rilanciare un confronto ad ampio raggio sulla pianificazione democratica dell’economia: più delle imprese – che pure dovranno fare la loro parte – sarebbe bene coinvolgere i movimenti sociali e i sindacati (specialmente quelli di base). O vogliamo accontentarci di pomodori biologici a 8 euro al chilo, magari con quel retrogusto amaro di lavoro spremuto fino alla morte?  

 

Stiamo vivendo un profondo cambio di mentalità, ma quelli della greenweek non se ne sono accorti: nel 2019 milioni di ragazze e ragazzi hanno riempito le piazze di tutti i continenti per dar voce e corpo alla giustizia climatica. Il concetto è semplice: da solo non si salva nessuno. Quindi: ridurre la forbice sociale e abolire il neo-colonialismo.

 

Ci sono poi gli esempi concreti di transizione ecologica: l’APS NoCargoParma spiega in modo semplice e diretto – seguendo in questo la grande tradizione italiana dei movimenti contro le grandi opere inutili e dannose – che se si vuole davvero combattere il riscaldamento globale e l’inquinamento dell’aria allargare, l’aeroporto di Parma è una sciocchezza imbarazzante.

 

 

Potere al Popolo Parma

Aps No Cargo Parma

Art Lab

Ecologia Politica Parma

Fridays For Future Parma

Roberta Roberti
Convergenza della s
ocietà della cura

Insomma, c’è la muffa dei mercanti stanchi da una parte, e c’è la gioventù del mondo dall’altra. La tecnocrazia delle emissioni ridotte a parole e cresciute nei fatti contro la giustizia climatica per tutte e tutti. Che dite, non è una scelta difficile, vero?

Lascia una Replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: