Gentile Signora,

quando leggo che un concittadino o concittadina viene menzionato dalla stampa nazionale non posso che esserne contento. Così è successo lunedì 18 ottobre quando Ella è apparsa in prima pagina del settimanale del Corriere Economia con l’intera pagina 11 a Lei dedicata, un’intervista a tutto campo.
Scorrendo l’articolo sono stato incuriosito dal sommario in cui si leggeva: “Le nuove sfide? Dall’alta velocità ai giornali”, argomenti di grande attualità e che sempre mi hanno interessato: speravo contenessero importanti novità. Sul primo argomento si leggeva: “Noi industriali di Parma abbiamo rilevato la maggioranza dell’Aeroporto di Parma per rilanciare l’infrastruttura e ora chiediamo al governo di integrare il nostro sistema logistico con la rete nazionale, anche attraverso una stazione dell’alta velocità”.
Mi permetto due chiose. Se l’aeroporto decolla veramente col traffico passeggeri sarà una cosa importante; se invece, come molti paventano, servirà principalmente per il traffico cargo sarà una genuflessione alla Regione, intenzionata di sbolognare questo traffico a Parma, salvando gli aeroporti di Bologna e Rimini, e sarebbe un guaio. Quanto all’Alta Velocità, sin che vi sarà questo governo, non capiterà nulla perché i rossi non ce la vogliono dare. L’unica speranza è che governi la destra e che si convinca che anche Parma merita questa stazione. Se non conosce le origini dello scippo reggiano lo spiego in due parole. Le Ferrovie dello Stato individuarono in Parma il punto ideale per la stazione Tav, esattamente a mezza strada tra Milano e Bologna. La decisione del Comune (sindaco Lavagetto) tardò per una diatriba sorta tra sindaco e Unione Industriali, o meglio direttore Upi, molto affezionato alle proprie convinzioni. Oggetto del contendere la localizzazione della stazione.
Si mossero allora i reggiani (allora sindaco Delrio e presidente del Consiglio Prodi), d’accordo, penso, con le Ferrovie, che proposero al Comune di lasciare a Reggio la stazione mentre Parma avrebbe avuto l’interconnessione con treni che arrivavano in stazione, promettendone quattro al giorno (andata e ritorno). Il sindaco lieto di non dover costruire una nuova stazione fu entusiasta della proposta e lasciò la stazione a Reggio; forse pure sollecitato da ragioni di partito. Non fu scritto nulla e così fummo buggerati. Fu una perdita esiziale.
Ora i giornali. Si legge nell’articolo che “abbiamo deciso di investire nel rilancio della Gazzetta di Parma, uno dei giornali più antichi d’Italia che appartiene peraltro all’Unione Industriali”.
Ricordo che quando ero vicepresidente dell’Upi il presidente mi chiese di far parte del CdA della Gazzetta, rifiutai affermando che né i membri del comitato di presidenza, né i maggiori imprenditori, dovessero figurarvi e le ragioni sono comprensibili. Ora nel CdA figurano due importanti industriali, Guido Barilla e Michele Pizzarotti. Non penso che il signor Barilla sia mai intervenuto sul direttore per articoli pubblicati; invece la cosa è accaduta da parte del signor Pizzarotti, nei confronti dell’ex sindaco Vignali, che aveva cancellato la metropolitana e nei cui confronti fu fatta da parte della sua impresa, una vera guerra (mentre penso avrebbe dovuto essere ringraziato per aver fatto arrivare alla stessa 11 milioni senza che fosse toccato un mattone).
Nel libro che pubblicai nel 1995, per fare i conti con un tribunale indegno di questo nome (“L’insetto e il Pachiderma”) scrissi fra le altre cose: “La città è tra le più informate del Paese. Stando alla diffusione del quotidiano locale (di proprietà degli imprenditori). Qualche notizia, è vero, subisce un processo di imbalsamazione degno dei tempi di Tutankamon, ma riguarda sempre cerchie ristrette. Le voci di un certo dissenso non vengono pubblicate e quindi non hanno valore ‘ufficiale’”. Il direttore ed amico Baldassarre Molossi diceva sempre che i padroni del giornale dovevano essere i lettori, nel senso che il giornale era al loro completo servizio informativo, parole che lette ora sanno di utopia, mentre la definizione ufficiale è che il quotidiano altro non è, a parere non solo mio, che la voce del padrone.
Sicuramente sa che negli anni sessanta la Gazzetta era in serie difficoltà economiche; la salvarono e rilanciarono tre imprenditori (Ficai Bordi e Silva, poi Ficai si dimise e fu sostituito da Guareschi). Quando lasciai l’Unione causa un’azione criminale del tribunale, avvisai i citati signori di stare attenti perché, via il sottoscritto, li avrebbero fatti fuori e diedi loro un consiglio per evitare questa evenienza. Il presidente Guareschi non volle aderirvi e la mia previsione si verificò col tempismo previsto. Da allora prima dirigeva il traffico Il direttore Upi, ora penso lo sappia Lei.
Non è il caso che mi ripeta, le critiche che ho da allora fatto al giornale sono note ed il risultato è che la maggioranza dei parmigiani considera quanto pubblica il giornale come verità quasi assoluta. Nessun contradditorio è ammesso, se non qualche comunicato di comitati civici che protestano per decisioni del Comune, vedasi la sistemazione della Cittadella o del Tardini (l’americano impedito di costruire uno stadio nel suo paese lo viene a fare qui e ora vuol pure cambiargli il nome!) cosa che vista in fotografia sovrasta tutto il quartiere circostante. Ma la Gazzetta può contraddire la civica amministrazione ed il sindaco, tutti allineati con la “casa”?
Ritengo, e con me molti altri, che sulla situazione cittadina il giornale abbia molte responsabilità, ma non credo che sorgano imprenditori illuminati che desiderino un giornale veramente indipendente: la sua funzione rimane quella di essere l’instrumentum regni.
Come dissi al bravissimo e simpatico Direttore Dr. Rinaldi, la Gazzetta è ora più elegante e leggibile; manca sempre il dibattito. Le cito un piccolo esempio; scrissi una lettera sul nuovo messale romano esprimendo le mie riserve. Non fu pubblicata a differenza di molte altre, certo contraddiceva il Vescovo, ma molti amici sacerdoti, “in camera caritatis” furono d’accordo con me; la lettera è apparsa su due settimanali cittadini. Il vero dibattito politico addirittura non esiste.
Mi perdoni, Gentile signora, la franchezza, nota a chi mi conosce, ma sono abituato a dire sempre quello che penso da sempre e ora ho quasi 85 anni. Questa attitudine mi ha procurato, se così posso chiamarli, non pochi nemici, ma la verità non deve conoscere limitazioni.
La saluto cordialmente e le porgo i migliori auguri per i suoi impegni.

Luigi Derlindati

(Nella foto parte della pagina del Corriere Economia citata)

Lascia una Replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: