L’amministrazione comunale vettese, nella figura del sindaco Fabio Ruffini e del vicesindaco Aronne Ruffini, intende ricordare con grande cordoglio e stima la figura di Primo Bertoletti.
Era nato a Legoreccio l’11dicembre del 1920, “primo” di sette fratelli, in una famiglia molto numerosa e in un paese poverissimo: il padre faceva il contadino, il muratore o il calzolaio a seconda delle necessità, ma seppe insegnare ai figli la dignità del lavoro, di qualsiasi lavoro.
Anche Primo apprese ed esercitò fin da giovanissimo questo insegnamento di vita: aveva quindici anni quando iniziò a prestare la sua opera come contadino a S. Ilario, quindi a Vedriano e successivamente a Castelnovo Monti, in condizioni durissime. A diciotto anni iniziò l’addestramento militare per un anno, quindi viene assegnato a Bologna in Cavalleria tra il 1940 e il ’42, sotto il generale Dardano Fenulli, poi caduto alle Fosse Ardeatine. Si era in piena guerra e la destinazione furono la Jugoslavia e, in seguito, Roma come lanciere alla guida dei carrarmati. Dopo l’8 settembre e la fuga verso Reggio Emilia, proprio nella sua città fu fatto prigioniero; con gli altri militari, trattati come bestie in carri bestiame, fu deportato in un campo di concentramento vicino a Norimberga su un carro bestiame, con donne e bambini in condizioni tragiche. Qui, anche se per poco tempo, conobbe il dramma e l’umiliazione di una repressione feroce e disumana. Agli italiani considerati traditori veniva data da mangiare la crusca nel brodo. Nascono amicizie dalla comune tragica situazione, le amicizie che salvano. Dopo giorni di bombardamento degli alleati, finalmente la liberazione. Rischiando spesso la vita, per gli attacchi dei tedeschi in fuga e lui e alcuni compagni partono alla volta dell’Italia. Innsbruck, Verona e finalmente Vetto dove ritrova tutti i suoi cari, ma le tragiche esperienze non sono raccontate. Tacendo sperava di dimenticare, troppo pesante il ricordo. In lui vivide le immagini del volto, degli occhi dei bambini nel campo di concentramento.
Dopo alcune esperienze transitorie (fece anche la ‘mondina’ a Novara!) lavorò in fonderia a Milano dal 1947 fino alla pensione. Nel 1956 sposò Franca, la donna di una vita, da cui ha una figlia. Non perde il legame col paese natio e compra quindi un terreno e sistema una casa proprio a Legoreccio. Non se la sentì di parlare del suo trascorso in terra tedesca sino a qualche anno fa quando scrisse e fece pubblicare la sua biografia, dove finalmente anche l’esperienza della deportazione venne raccontata. Nel 2018 dal Comandante del Centro Documentale di Milano (Comando Militare Esercito Lombardia) gli fu conferita la Croce al Merito di guerra “in riconoscimento dei sacrifici sostenuti durante il periodo bellico e la prigionia”.
Aveva raggiunto 101 anni quando, il 15 novembre scorso, se n’è andato, seguìto tre giorni dopo dal fratello Piero.

A conclusione del libro aveva scritto:
“Sono sempre sopravvissuto,
un po’ per fortuna,
un po’ perché ero bravo io.
Tante volte sono scappato.
Ma poi basta.
Ho smesso di scappare
Ed è cominciata la mia vita.”

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