Letta, no ‘terze opzioni’, Pd o destre. Meloni, voto entro marzo

 

 

Oggi silenzio elettorale, in vista dell’election day di domani: si voterà per i referendum sulla Giustizia e per le elezioni amministrative in 978 comuni tra cui i capoluoghi Genova, Palermo, L’Aquila e Catanzaro.

 

Polemica accesa anche sul tema dei candidati impresentabili: la Commissione Antimafia fa sapere che sta esaminando 62 nominativi. E a Palermo infuriano le polemiche dopo che ieri è stato arrestato un candidato di Forza Italia, oggi uno di Fratelli d’Italia.

Insomma, malgrado si tratti di un test amministrativo, i comizi di queste ultime ore sembrano essere una prova generale della campagna elettorale del 2023. E tanti spingono per dare un valore politico nazionale ai risultati del voto di oltre 900 comuni Lo fa certamente Enrico Letta che torna rilanciare il suo partito come perno di una futura maggioranza, escludendo prospettive neo-centriste. Durissima la sua bocciatura all’apertura di Calenda a Letizia Moratti come futura candidata in Lombardia. “Noi stiamo discutendo delle candidature, ovviamente di centrosinistra. Sceglieremo e discuteremo con tutti gli alleati, sarei felice di discutere anche con Carlo Calenda”. Ma aggiunge netto:” non è nostra abitudine andare a individuare candidature che stanno dall’altra parte”, Quindi ricorda a tutti che l’anno prossimo la scelta sarà tra il Pd e “le destre”. “Alle prossime politiche – attacca l’ex premier – non ci saranno terze soluzioni, terze opzioni, non ci saranno sfumature. O ci saremo noi, oppure ci saranno le destre, dall’altra parte. E noi non possiamo lasciare il nostro Paese cadere nelle mani di Salvini e Meloni”.

Nel suo tour elettorale, il segretario dem, vede la possibilità di sfondare, soprattutto al Nord, il muro del centrodestra. “L’altra volta – osserva a Lodi – qui perdemmo e poi perdemmo le politiche. Noi qui siamo impegnati e straimpegnati perchè vincere Lodi significa vincere le politiche prossime”.

Specularmente anche Giorgia Meloni fa capire di guardare già al 2023 arrivando addirittura a chiedere esplicitamente a Sergio Mattarella che si vada a votare “entro marzo”. “Se qualcuno pensa davvero di portare una legislatura che sta devastando l’Italia avanti di tre mesi per fare prima trecento nomine, chiamerò in causa il Presidente della Repubblica. E’ un’ipotesi – attacca – che trovo intollerabile, impensabile”.

Un’alzata di scudi che, all’indomani dell’abbraccio di Verona tra lei e Matteo Salvini, allarga il solco interno al centrodestra tra il suo partito e l’asse Forza Italia-Lega. Ma, soprattutto, si tratta di una richiesta che difficilmente troverà grande ascolto.

Il potere di sciogliere le Camere è prettamente presidenziale: parlarne ora appare prematuro. La legge poi lascia massima autonomia al Colle di scegliere quando agire. E tuttavia, con i tanti impegni internazionali a cui è chiamato a rispondere questo governo, a partire dai tagliandi semestrali del Pnrr, secondo molti osservatori è assai probabile che alla fine lo scioglimento possa avvenire negli ultimi giorni utili, in modo da arrivare al voto a maggio.

     

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