In un’era sempre più dominata dagli algoritmi, il politico deve diventare cosmo-politico perché questa è l’unica strategia per arrestare una transizione esistenziale cyborgizzata. Una metamorfosi che si può realizzare solo attraverso la ridefinizione dell’idea di società civile, di equilibrio dei poteri, di cittadinanza, di partecipazione e impegno sociale.

Quando negli ultimi anni del secolo scorso Stefano Rodotà pubblicò un volume intitolato Tecnopolitica (1997), il dibattito pubblico sull’impatto delle nuove tecnologie informatiche sulla democrazia e in generale sulla vita politica era ancora molto circoscritto e marginale, con pochi studiosi attenti e interessati a cogliere l’importanza strategica di questa problematica, allora in prevalenza limitata al passaggio dai media analogici a quelli digitali (Internet) e alla questione del digital divide.

Per criticarne l’impostazione originaria si parlava di open source e di copyleft per correggerne la configurazione del Web in chiave alternativa. Ma oggi, dopo più di un ventennio, la questione sul tappeto è del tutto cambiata perché la tecnopolitica degli anni novanta del XX secolo è stata progressivamente soppiantata dello sviluppo accelerato del machine learning dei device informatici e dal deep learning dell’IA che hanno trasformato, potenziato e ampliato la pervasività della pianificazione algoritmica e dei processi di cyborgizzazione della vita quotidiana e quindi anche della politica, ben oltre l’idea stessa della network society degli anni Novanta del secolo scorso.

La stessa idea di una “democrazia continua” (favorita dalla concezione del web inteso anche come potenziale open source egualitaria) e di una “cittadinanza elettronica” proattiva al passo con i tempi1 sembrano ormai del tutto sorpassate da un contesto informatizzato e datizzato che ha prodotto l’avvento di una pseudo-democrazia tutta centrata sull’infopol, cioè su una concezione dell’agency politica come prassi virtuale informatizzata2: voto online, informazione politica online, mobilitazione online, riunioni online, conflittualità online, meme online, appartenenza politica online, risultati elettorali online ecc.

In questa direzione, di conseguenza, l’agire politico ha subìto una radicale metamorfosi che si aggiunge alle imponenti trasformazioni mediatiche sviluppatesi già nel secolo scorso (cfr. Sartori, Homo videns, 1997 e Crouch, Postdemocrazia, 2003), e nel contempo ha fatto emergere una diversa e più strategica concezione della prassi politica stessa sia in relazione alle istituzioni di governo sia con riferimento alla bio-tecno-sfera in cui essa si trova ad operare nei diversi contesti di sociazione. Ecco perché oggi è necessario riconsiderare radicalmente il fondamento stesso dello zoòn politikòn, che non può più avere come riferimento esclusivo la polis (anche in una dimensione globalizzata) né solo il bios (la specificità dell’esistenza antropomorfa) ma deve confrontarsi con il cosmo intero in quanto costituito da umani e non umani, da entità naturali e composti sintetici artificiali, da culture sociali e da competenze tecno-informatiche, da cyborg ibridi e da robot replicanti, insomma da un eco-tecno-sistema in cui il politico è nel contempo la prima vittima ma anche l’ultima alternativa che possa difendere la nostra specie dal suo freudiano inconscio autolesionista.

Come nel caso della bomba atomica, l’umanità deve infatti interrogarsi sulle possibili conseguenze di un “salto digitale di specie” che può minacciare ancor più gravemente il futuro della Terra e dei suoi abitanti organici e inorganici. Quindi, il politico deve diventare cosmo-politico perché questa è l’unica strategia alternativa dei Sapiens per arrestare o controllare una transizione esistenziale cyborgizzata.

Ma questa metamorfosi si può realizzare solo attraverso la ridefinizione dell’idea stessa di società civile, di equilibrio dei poteri, di cittadinanza, di partecipazione e impegno sociale in un habitat allargato e differenziato al fine non solo di contrastare gli eccessi e le anomalie ma soprattutto per rafforzare e rilanciare il marchio identitario della specie stessa in grado di impedire la spoliticizzazione dell’intera esistenza.

In questa direzione, perciò, occorre ragionare sui cambiamenti necessari per mettere in pratica la cosmo-politica e delineare l’ambito di azione del nuovo soggetto che abbiamo chiamato terrestre-inforg3.

Questa rimodulazione del politico nel III millennio presenta infatti due potenziali punti di forza che sono decisivi per la sopravvivenza proattiva della specie dei Sapiens. Il primo, che questa riformulazione dell’agency politica è l’unica in grado di contrastare e impedire l’avvento dell’apolitico, cioè di un mondo post-ambivalente, post-conflittuale e standardizzato che è svuotato da ogni esigenza di cambiamento perché tutto è già predefinito e preorganizzato nel migliore dei modi dall’IA e dai suoi sostenitori (Big Tech, programmatori, scientisti, futurologi).

Il secondo, che con questa riformulazione dell’agency politica – peculiarità delle specie viventi e coscienti anche se in parte ora embricate con il digitale – sarà anche possibile mettere in atto una strategia di lotta empirica e di dialettica epistemica contro l’attuale assetto ipostatizzato così da impedire la progressiva sussunzione del ciclo vitale medesimo mediante la datizzazione delle forme di sociazione e dello sviluppo neurale “potenziato”, che ai nostri occhi appariranno dimensioni sempre più ansiogene, incomprensibili e perciò prive di senso esistenziale (cfr. Orban, “Quali passi verso la Singolarità?”, 2012).

Di conseguenza l’attore terrestre-inforg del III millennio deve interpretare l’agency politica in modo completamente diverso dal passato perché il suo obiettivo non è più soltanto governare la società o riformare le istituzioni o legiferare o sviluppare un’opinione pubblica o organizzare movimenti alternativi e proporre forme di autogestione, dal momento che per promuovere il mutamento sociale nel nuovo contesto cibernetico occorre soprattutto contrapporsi in primis alle “innovazioni intelligenti” promosse dai Sapiens transumanisti e neurocapitalisti che le stanno finanziando e realizzando senza incontrare grandi resistenze4.

Infatti, il primato della spoliticizzazione della realtà digitalizzata non solo potrà portare ad esiti incerti e problematici ma certamente non risolverà veramente nessuno dei problemi evolutivi che affliggono i Sapiens ormai da secoli e che si implementeranno nei prossimi decenni: il consumismo feticista, l’interesse competitivo e meritocratico come progetto di vita, il mito della felicità perenne che vuole occultare perfino l’apoptosi biologica5 . Quindi il terrestre-inforg è per così dire il nuovo “Giano bifronte” dell’agency politica del III millennio: una prassi non solo neo-identitaria ma fondamentalmente ostativa nei confronti ogni tentativo di de-biologizzare il ciclo di vita e la sua specificità semantica. La cosmo-politica, infatti, non riguarda ormai più solo il ruolo delle istituzioni, le forme della vita associata, l’impegno politico e quello elettorale ma impatta direttamente sulla tutela dell’ambiente e delle altre forme di vita oltre alla coesistenza con entità naturali e artificiali, e ciò al fine prioritario di mantenimento del modello esistenziale dei Sapiens medesimi con l’obiettivo comunque di implementarlo e di allargarlo, e non certo di soppiantarlo.

È finita quindi anche l’era dell’anti-politica – che si opponeva, a torto o a ragione, alla politica istituzionale esistente senza comprendere i mutamenti sistemici in atto – perché oggi è il cosmo-politico stesso ad essere minacciato dall’IA che concepisce il cambiamento evolutivo come “mutazione virtualizzata”. Perciò, non dobbiamo usare il Crispr per intervenire sul genoma per finalità che non sono curative ma eugenetiche (cfr. Devlin, “L’alchimista geniale”, 2017), non dobbiamo utilizzare Internet o il Metaverso come nuova “esperienza educativa” per formare le nuove generazioni6 , non dobbiamo progettare il download della nostra mente in un robot quando la vita ci abbandona, né dobbiamo continuare a costruire le smart city per vivere solo in un mondo rendirizzato e iperconnesso o diffondere la domotica nelle nostre abitazioni delegandola ad Alexa, l’assistente vocale, ed alle sue iniziative algoritmiche. E ciò perché tutte queste innovazioni a ben vedere, come abbiamo cercato già di dimostrare, non sono un “salto di specie” ma l’ennesima svolta pericolosa guidata da interessi economici, tecnologici e pseudo-scientifici che non vogliono affatto salvare i terrestri-inforg ma solo utilizzarli per la loro redditività.

Infatti, quello che è stato chiamato il nuovo potere informazionale (un mix di tecnologia, informatica, automazione e IA)7 sta ormai progressivamente scalzando il potere bio-sociale tradizionale imponendo notevoli cambiamenti nella concezione stessa dell’agency politica: la prassi antropomorfa diventa attività algoritmica (azione vs. automazione), l’esperienza quotidiana è sempre più virtuale e aumentata (onlife) ma si allontana dalla realtà bio-esistenziale, il potere tecnopolitico manifesta soprattutto capacità di computazione di bit (infopol) al posto dell’autocoscienza e della ambivalenza performativa, cosicché invece della modificazione delle norme esistenti e della scoperta di nuovi valori rafforziamo le scelte ex-ante e di default dei “risultati preprogrammati” sulla base di interessi e paradigmi di semplice enhancement. Quindi anche l’ idea di un’agency politica, che convive con l’ambiente terrestre e i prodotti tecnici accumulati nel tempo restando comunque sempre performativa, valoriale e conflittuale, deve caratterizzare sempre più il nuovo tipo di sociazione in una fase storica in cui è l’idea stessa di agency politica a essere messa in crisi.

(Fonte: Agendadigitale.eu)

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