Il polverone sollevato dallo stop alla cannabis light da parte dell’esecutivo sta monopolizzando l’attenzione dei media. L’emendamento propone di cambiare la legge del 2016 a sostegno della filiera della canapa a uso industriale, ovvero quella con quantità di Thc compresa tra lo 0,2% e lo 0,6%, attualmente venduta in negozi specializzati. La coltivazione e il commercio della cannabis light verranno dunque puniti secondo le norme del Testo Unico sulle sostanze stupefacenti, equiparando di fatto la sostanza a quella non light con effetti psicotropi. Una proposta che arriva, con tempismo sospetto, proprio alle soglie delle elezioni europee.

Il blitz dell’esecutivo ha scatenato immediate reazioni da parte dell’opposizione, che ha accusato il governo di strumentalizzare il dibattito sul disegno di legge a fini elettorali, in vista delle imminenti Europee. Secondo il segretario di +Europa Riccardo Magi, infatti, si tratta di una “spinta repressiva e punitiva immotivata, che avrà conseguenze drammatiche anche dal punto di vista occupazionale”. Della stessa idea anche Marco Furfaro, responsabile welfare e contrasto alle disuguaglianze nella segreteria del Pd, secondo cui l’emendamento anti cannabis light avrà conseguenze nefaste sui lavoratori di tale filiera. “Per provare a raccattare 4 voti alle Europee, chiuderanno 3mila imprese e 15mila lavoratori, per la gran parte giovanissimi, verranno licenziati». Così su X Furfaro, che aggiunge: “E se non ci pensa lo Stato, ci penserà la mafia. Il commercio illegale dilagherà, i delinquenti brinderanno a champagne mentre i lavoratori italiani saranno licenziati e le imprese oneste costrette a chiudere. Complimenti, Giorgia Meloni. Sempre dalla parte sbagliata della storia”.

Quello della cannabis light in Italia è ormai un settore vivace e (sino ad oggi) assolutamente lecito, disciplinato dalla norma 246 del 2016. Lo stop proposto dal governo, in contrasto con la giurisprudenza che riguarda la canapa industriale, ora rischia di tagliare le gambe a migliaia di aziende e almeno altrettanti posti di lavoro. Con ripercussioni su tutta la filiera che si è generata. Nella sola provincia di Milano sono quasi 66mila i metri quadrati di terreno destinati alle infiorescenze. Nell’entroterra appenninico abruzzese e marchigiano, invece, la coltivazione della canapa ha permesso di riattivare terreni incolti e di mettere in moto piccole economie rurali. Tutte aziende adesso a rischio chiusura, per non parlare dei grow shop, ovvero i circa 800 negozi diffusi in tutta Italia dove poter acquistare legalmente cannabis e i suoi derivati. E mentre l’esecutivo cala la scure sulle attività legalizzate del settore, la cannabis continua ad essere acquistata nel nostro Paese tramite canali illegali dello spaccio. O banalmente su Amazon.

Almeno in teoria, la proposta di modifica della legge non dovrebbe andare ad intaccare le aziende coinvolte nella produzione ad uso terapeutico. L’emendamento non dovrebbe dunque riguardare le 13 società italiane che hanno di recente superato la prima fase del bando di aggiudicazione del servizio di fornitura di piante di cannabis da conferire allo AID-Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze. Il primo che dal 2015 ne ha avviato la coltivazione esclusivamente dedicata all’uso medico della sostanza, che trova applicazione in vari ambiti dalla sclerosi multipla, alla malattia di Parkinson dalla corea di Huntington alla sindrome di Gilles de La Tourette. Ma anche utilizzata per alleviare i sintomi di epilessia, nella terapia del dolore cronico, nella nausea e nel vomito da chemioterapia.

(Fonte: Affaritaliani.it)

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