“Pazzia a Montebuono”. Protagonisti, responsabili e vittime della strage nazista dell’8 giugno 1944 è il titolo dell’ultimo lavoro di Stefano Fabei, pubblicato a Perugia da Futura Libri. Avvalendosi della scarsa bibliografia esistente sull’argomento e di una ricca documentazione archivistica da lui raccolta, l’autore ha cercato di ricostruire i drammatici fatti verificatisi il giorno del Corpus Domini del 1944 in una frazione del comune di Magione, nel territorio adiacente il lago Trasimeno. Dal sottotitolo risulta subito evidente l’obiettivo di Fabei di indagare in maniera analitica e scrupolosa su fatti, protagonisti, responsabili e vittime di quella, evitabile, strage compiuta dai tedeschi in ritirata ai danni di una decina di contadini mandati cinicamente al massacro anche con la promessa che sarebbero intervenuti al loro fianco partigiani provenienti dai paesi vicini, Sant’Arcangelo e San Savino: cosa che poi non avvenne. Spinti dai due capi della brigata partigiana «Primo Ciabatti» – sulla cui effettiva esistenza permangono ancora oggi molti dubbi –, il comunista Alberto Mancini, commissario politico, e il badogliano Lanfranco Bonanni, comandante militare, quei poveri mezzadri, infuriati per i furti di bestiame compiuti a loro danno, attaccarono una colonna di tedeschi armati fino ai denti e destinati a posizionarsi sulla linea difensiva “Albert”, o linea “Trasimeno”.

Lo scontro fu una cosa molto diversa dalla “vittoriosa insurrezione contadina e partigiana”, celebrata per decenni dalla vulgata resistenziale, che avrebbe dovuto aiutare gli Alleati avanzanti verso nord. In realtà fu un’inutile strage e una pagina tra le più dolorose della Resistenza in Umbria. A parte l’assurdità di mandare all’attacco di un nemico in ritirata, ma agguerrito e ben equipaggiato, un gruppo di uomini sprovvisti quasi del tutto di armi e dotati solo e soltanto del loro coraggio o della loro incoscienza, ciò che colpisce e offende maggiormente la memoria dei caduti è che Mancini e Bonanni osservarono da lontano l’operazione da loro programmata in modo sconsiderato.

Come scrive nella prefazione il Presidente della Deputazione di storia patria per l’Umbria, Mario Squadroni, dal libro emerge l’abilità dell’autore, il quale «riesce a fornire, con precisione e con un giudizio finale sui protagonisti della storia che, ancorché motivato, ampiamente documentato e frutto di un’attenta meditazione, potrebbe far discutere, un quadro storico dei fatti e degli avvenimenti del tutto esauriente e che invita a ulteriori riflessioni proprio in virtù dei netti giudizi espressi».

Fabei indaga inoltre sul dopoguerra, quando l’evento fu mitizzato dai vincitori con narrazioni diverse e mutanti nel tempo. Riporta le testimonianze sia del prete di Agello, don Antonio Fedeli, il quale si fece coraggiosamente carico di chiedere ai tedeschi il permesso di raccogliere i corpi dilaniati e con le viscere fuoriuscite dei contadini, suoi parrocchiani, caduti per dare loro un’adeguata e cristiana sepoltura, sia quelle, incoerenti e ambigue, del Mancini e del Bonanni. E soprattutto riporta quanto scritto dall’allora disertore, e imboscato, Publio Trento Bartoccioni, destinato a diventare dopo la Liberazione il primo cittadino, socialista, di Magione: memorie volutamente e faziosamente ignorate dai custodi di una vulgata perdurante nel tempo, perché utile sul piano politico. Ai riconoscimenti, alle accuse e agli occultamenti del dopoguerra sono poi subentrate, e perdurano ancora, le reticenze. In sintesi, ci troviamo di fronte a un saggio di storia locale avvincente a livello narrativo e rigoroso dal punto di vista delle fonti, di tutte quante le fonti riportate indistintamente.

Matteo Pio Impagnatiello

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