Lunghe file al confine polacco: ‘Stanchi di essere profughi’

 

epa09902301 Ukrainian people wait to receive aids at the charity center for refugee in downtown Chisinau, Moldova, 22 April 2022. According to UNHCR figures, more than 5,1 million Ukrainians have fled their country, since Russia began its military operation in Ukraine on 24 February 2022. EPA/DUMITRU DORU

 

“Casa è casa. In Polonia è più sicuro ma tutti preferiscono casa propria”.

Oltre un milione di ucraini sono rientrati nel loro Paese dal 24 febbraio, secondo i dati di Kiev. Alcuni per combattere o dare una mano, ma la maggior parte ha deciso che valeva la pena tornare, cercare una nuova normalità, soprattutto in quelle aree liberate dalla ferocia dei russi o dove la pressione delle bombe sembra essersi – per il momento – diradata.

Alla frontiera di Medyka, in Polonia, auto e tir formano un serpentone senza coda, la testa diretta in Ucraina. Sembrano le immagini speculari di fine febbraio: chilometri di macchine in fila in attesa di passare il confine. Questa volta però in senso inverso. Hanno per lo più targhe ucraine, o quelle provvisorie, polacche, tedesche, anche italiane. I volontari in attesa di profughi chiacchierano tra loro senza più molto da fare, il campo appare pulito e ordinato rispetto alla confusione emergenziale delle prime settimane di guerra.

Al passaggio pedonale donne con bambini e qualche anziano fanno la fila, in mano il passaporto azzurro col tridente dorato. Hanno gli stessi trolley di quando sono scappati, qualche busta e i vestiti in ordine. “Vado a prendere mio figlio a Leopoli e se è la situazione è sicura torniamo a casa, a Chernihiv”, racconta Diana che per farsi capire usa il traduttore del telefono. “Siamo scappati il 20 marzo, c’erano molti bombardamenti. Mio figlio ha 15 anni, non è un bambino, ma tremava dalla paura. Ho preso lui e altri due bambini e li ho portati via con noi. Quei ragazzi non erano figli miei, ma i loro genitori non potevano andarsene e io non potevo lasciarli lì”, spiega, alternando un sorriso e un tremore del labbro che a un mese di distanza ancora tradisce l’emozione. “In Polonia mi hanno aiutato dei volontari, adesso però voglio tornare a casa. Raggiungiamo mio marito, lui è un militare e ha difeso Chernihiv”, dice con orgoglio prima di passare i controlli e sparire.

Ad accoglierli in territorio ucraino le prime sirene d’allarme. Andrei scuote la testa e alza gli occhi al cielo: “Stupid russians”, sussurra. Nessuno in effetti sembra più farci caso nell’estremo ovest dell’Ucraina, nonostante appena 4 giorni fa missili russi abbiano ucciso 7 persone a Leopoli. I check point si sono diradati, alcuni sembrano incustoditi. I controlli si intensificano invece attorno a Kiev con posti di blocco di cemento, cavalli di Frisia e tronchi d’albero. Verso la capitale la strada diventa una via crucis dell’orrore, ogni paese una stazione: Makariv, Buzova, Stoyanka, e così via. Sull’asfalto restano crateri, ai lati delle carreggiate carcasse di auto bruciate e di animali gonfi, case ridotte in cenere, trincee, stazioni di servizio saltate in aria.

La capitale, che si ripopola ormai da giorni, si risvuota per il weekend di Pasqua, come in una settimana santa qualunque, per riunire le famiglie. I bambini colorano le loro pysanka, le tradizionali uova decorate, e nelle chiese si benedicono i dolci tipici destinati ai soldati al fronte, con i pensieri rivolti a Mariupol. Anche il metropolita di Kiev, Onufrij, primate della chiesa ortodossa ucraina rimasta fedele al patriarcato di Mosca, ha chiesto come altri un cessate il fuoco da oggi, Venerdì Santo, al giorno di Pasqua. E ha proposto una “processione di preghiera” da Orikhiv, vicino a Zaporizhzhia, fino all’acciaieria Azovstal per poter portare aiuti, evacuare i civili e i soldati feriti e portare via i cadaveri. Ma è stato solo l’ennesimo appello alla tregua rimasto inascoltato.

     

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