Vittima tratta rivedrà figlie, legale: “Sentenza rivoluzionaria”

 

 

Dopo sei anni potrà finalmente rivedere le sue figlie.

La Corte d’appello di Roma ha deciso che una donna, di origine nigeriana e vittima di tratta, potrà rivedere le due bambine di 8 e 10 anni date in adozione a due distinte famiglie italiane.

È il primo caso concreto di “adozione mite” in Italia: ovvero l’obbligo, in caso di adozione di minori, di mantenere un legame con la famiglia di origine dopo la dichiarazione di una incapacità genitoriale di prendersi cura dei propri figli. “È una sentenza rivoluzionaria dell’ordinamento giuridico italiano”, spiega l’avvocato che ha seguito il caso, Salvatore Fachile. “Una forma di adozione molto più moderna e intelligente, che tralascia gli egoismi delle famiglie adottanti per cercare di migliorare il percorso di crescita di bambini e bambine”. La mamma è una donna nigeriana vittima di tratta a cui erano state tolte le figlie, date in adozione a due famiglie differenti. “Le si rimproverava di non essere in grado di organizzare la sua vita sociale, di non avere uno stipendio, una casa, delle condizioni materiali”, spiega Fachile.

“Incredibilmente, nonostante non si possa fare. Ma è invece una prassi: da anni, anche a Roma, è consueto togliere bambini a donne non perché accusate di violenza ma perché ‘ree’ di non avere una piena capacità di prendersi cura delle esigenze dei figli molto spesso dal punto di vista economico e sociale”, dice il legale. “Ovviamente parliamo di donne straniere o di origine rom: in molti casi, come in questo, nigeriane vittime di tratta”.

I minori vengono dati in adozione, e i rapporti con la madre interrotti dopo la prima sentenza di allontanamento. Nonostante ci sia ancora la possibilità di ricorso. La Corte europea dei diritti umani proprio per il caso in questione, nel 2021, aveva condannato l’Italia dichiarando illegittima l’interruzione totale dei rapporti tra le figlie e la madre dopo la decisione di primo grado. “Una prassi che invece è molto diffusa ed è un tassello fondamentale delle adozioni”, dice l’altra legale che ha seguito il caso, Cristina Cecchini. “Dopo la sentenza di primo grado, anche in pendenza dell’appello e della possibilità di chiamare a legittimità la decisione, i rapporti vengono interrotti: e questo per la Cedu è illegittimo”. È la prassi dell’adozione ‘a rischio giuridico’, per cui le famiglie adottive “nonostante il procedimento sia ancora in essere vedono affidati bambini senza sapere nulla di loro e della loro storia e accettando un’adozione che probabilmente dovrebbe portare a mantenere i rapporti con la famiglia di origine”, dice ancora Cristina Cecchini. Rapporti “che invece per assicurare la buona riuscita e la segretezza dell’adozione non vengono mantenuti”.

Ora la decisione della Corte d’appello di Roma “rappresenta un tassello importante anche nel rivedere i processi di adottabilità. Perché è chiaro che questo avrà un impatto deflagrante su tutto il sistema”, aggiunge Cecchini. Dopo la prima sentenza e l’adozione delle figlie A. la donna aveva fatto appello, perdendolo. “Quindi siamo ricorsi in Cassazione”, racconta Fachile. “E lì abbiamo ottenuto una sentenza eccezionale che dice che nell’ordinamento giuridico italiano esiste l’adozione mite. Tradotto: nonostante non sia espressamente previsto da una norma giuridica, per la Cassazione, c’è l’obbligo giuridico, prima di dare in adozione un bambino, di verificare se quel bambino può mantenere i rapporti con la famiglia di origine, quindi creare una famiglia collettiva”. Dopo la Cassazione quindi il ricorso in corte d’appello “dove ci hanno dato ora ragione: le bambine, che tra l’altro incredibilmente sono state date a due famiglie separate, devono mantenere costanti rapporti con la madre per il loro bene. È nel loro interesse”, dice l’avvocato. La sentenza è immediatamente operativa e dà ai servizi territoriali il compito di prendere in carico la ripresa dei rapporti tra la donna e le figlie. “Solo che, in maniera bizzarra e anacronistica, la sentenza prevede che debba conservarsi quella sorta di privilegio che è la segretezza della famiglia adottiva”, aggiunge Salvatore. Quindi la madre “non potrà conoscere il cognome delle bambine, ovvero il cognome della famiglia adottiva. Ovviamente sarà impossibile mantenere la segretezza del dato. Faremo ricorso in Cassazione per cercare di eliminare questa sbavatura di questa sentenza che comunque rimane rivoluzionaria e mette fine a una bruttissima prassi”.

 

     

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