Di Marcello Valentino – Cosa faranno i parmigiani il prossimo 26 giugno? Andrano al mare o a votare? questo è un bel dilemma. Certo, se non vogliono cambiare nulla andranno al mare e se ne sbatteranno i coglioni della loro città, tanto a chi frega più di come è ridotta? Se invece fregherà qualcosina, almeno qualcosina, andranno a votare per non vedere più lo schifo che questa città è diventata. La petite Capitale è inguardabile, uno scempio di città in balia di indifferenza, di sporcizia, di bande di ladri che scorrazzano ovunque, spacciatori e drogati a gogò, il tutto a discapito di cittadini indifesi e speriamo non inermi, con le forze dell’ordine che fanno quello che possono, perché tutto quel poco che viene fatto, dopo qualche giorno viene vanificato dalle leggi correnti. Di questo passo i cittadini saranno costretti a farsi giustizia da soli… È questo quello che volete? Per dieci lunghissimi anni Parma è stata condannata all’oblio, trasformata in ghetti con un “inselvaggiamento” tale che in certi quartieri non ci si può più andare, per non parlare dei bivacchi notturni che la riducono ad un immondezzaio a cielo aperto ovunque, chiedete ai netturbini per sapere la verità. Oppure bisognerebbe che il sindaco uscente andasse lui direttamente a fare le pulizie della sua città (si fa per dire). Oppure c’è da pensare che i cittadini di Parma siano diventati tutti degli sporcaccioni, e anche questo, a questo punto, non mi sorprenderebbe. Allora due sono le soluzioni: o andate al mare e ve ne fregate della vostra città, oppure andate a votare per cambiare il volto della vostra città e cercare di farla ritornare di nuovo la petite Capitale dell’Emilia che è sempre stata, anche con i suoi difetti. Ma se la lasciate nelle mani di chi l’ha già governata per dieci anni, allora non ve ne frega un cazzo, e potete andare tranquillamente tutti, e dico tutti, al mare, e restarci. Perché almeno un tentativo dopo dieci anni uno lo fa, magari turandosi un po’ il naso, ma cosa volete che sia in confronto a ciò che Parma è diventata? Un’altra chance bisogna darla a chi ha veramente a cuore la propria città. A voi la palla e che sia ben giocata. Credo che i veri parmigiani questo lo capiranno. O no? «Altro dirvi non vo’»… vi lascio con Leopardi.

La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell’erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch’ebbe compagni dell’età più bella.
Già tutta l’aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
Giù da’ colli e da’ tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l’altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s’affretta, e s’adopra
Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E’ come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

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