Approvato emendamento alla Camera che cancella la norma introdotta nel dl aiuti bis dal Senato

 

 

Cancellare subito la deroga al tetto agli stipendi dei manager della P.a.

Una scelta che anche per il Colle era quanto mai “inopportuna” in un momento di crisi come quello attuale, con le famiglie alle prese coi maxi-rincari delle bollette.

E in un provvedimento, il decreto aiuti bis, che proprio alle famiglie e alle imprese in difficoltà prova a tendere una mano, con 17 miliardi di sostegni, cui si aggiungeranno a breve, con il decreto aiuti ter, ulteriori 12-13 miliardi. Mario Draghi, in piena sintonia con Sergio Mattarella che ha sentito nelle ultime ore, fa presentare alla Camera, a nome del governo, un emendamento che stoppa la deroga – che avrebbe consentito agli alti dirigenti dei ministeri e ai capi delle forze dell’ordine e delle forze armate di superare i 240mila euro di stipendio – approvata appena ieri a Palazzo Madama. E costringe così i senatori a tornare in Aula, a cinque giorni dalle elezioni politiche, per rimediare a quello che tutti i partiti, il giorno dopo il “fattaccio”, non esitano a definire un errore. Salvo scaricare le responsabilità sul governo e, in particolare, sul ministero dell’Economia, reo, a loro dire, di avere presentato all’ultimo la norma incriminata attraverso una riformulazione. “Nessuna manina”, replica piccato alle critiche il sottosegretario al Mef Federico Freni che ha seguito i lavori delle commissioni in Senato e ora alla Camera.

A Montecitorio fino alla tarda mattinata si era diffusa la convinzione che sarebbe bastato un ordine del giorno votato da tutti, che chiedesse di sopprimere la misura nel primo provvedimento utile, evitando così la terza lettura al Senato che ora, salvo sorprese, si rende inevitabile. A dire il vero anche Palazzo Chigi, dopo aver annunciato l’arrivo dell’emendamento governativo, aveva prospettato la soluzione dell’ordine del giorno, a patto che fosse votato “all’unanimità”. Ma alla fine la commissione Bilancio, riunita nel tardo pomeriggio, ha votato l’emendamento soppressivo presentato oltre che dal governo anche da tutti i gruppi parlamentari. E il Senato ha fatto sapere di essere pronto, se l’Aula della Camera confermerà la modifica del testo, a riaprire martedì 20 settembre per chiudere definitivamente la partita. La nuova finestra di martedì, peraltro, potrebbe riaprire i giochi anche per la delega fiscale, l’ergastolo ostativo e l’equo compenso, rimasti appesi alla fine della legislatura. Ma in pochi scommettono che si riuscirà così in extremis a trovare una intesa che fino a ieri non si riusciti a comporre. In attesa che si chiuda l’incidente degli stipendi di Stato, il governo continua a lavorare al decreto aiuti ter, che potrebbe arrivare sul tavolo del Cdm nella tarda serata di giovedì – dopo che i deputati avranno dato l’ok all’utilizzo dei 6,2 miliardi di maggiori entrate incassate tra luglio e agosto – o al massimo venerdì mattina. La dote per il nuovo intervento dovrebbe all’incirca raddoppiare, e attestarsi tra i 12 ei 13 miliardi. Che serviranno in primis a sostenere le imprese, scongiurando blocchi produttivi che avrebbero un impatto negativo anche sulla crescita. In arrivo dovrebbe esserci la proroga del credito di imposta, che potrebbe essere esteso anche ai piccoli esercizi (quelli con potenza sotto i 16,5 kw). Mentre rimane in bilico la cig scontata. Dovrebbe tornare anche la rateizzazione delle bollette per il quarto trimestre dell’anno, da vedere se anche per gli enti locali. Per le famiglie si punta ad ampliare il bonus sociale, con il limite che potrebbe salire dagli attuali 12mila euro di Isee a 15mila. Qualche ritocco, ma niente stravolgimenti, potrebbe arrivare per la tassa sugli extraprofitti. Mentre resta sul tavolo, ma non sarebbero ancora state superate le difficoltà tecniche, l’idea del “disaccoppiamento” dei prezzi del gas e dell’energia prodotta da fonti rinnovabili.

 

 

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