E’ assai probabile che l’economia italiana nel 2024 non andrà come previsto dal governo: secondo le stime del Bollettino Economico di Banca d’Italia di questa settimana, il Pil dovrebbe crescere dello 0.6% esattamente la metà di quanto previsto ad ottobre dal governo, negli anni successivi la crescita dovrebbe essere più robusta rimanendo comunque su livelli contenuti (1.1%). Dopo la fiammata post-covid, l’Italia è tornata a crescere meno degli altri paesi dell’area dell’euro.

Questo creerà qualche grattacapo nell’immediato al governo sul fronte della finanza pubblica, una manovra correttiva è da mettere in conto, ma non è questo il vero dato preoccupante. Il rischio è che il governo si concentri, come ha fatto fino ad ora, su manovre di piccolo cabotaggio senza intervenire su una dinamica che è in atto e che non promette nulla di buono per l’economia italiana.

Si tratta di un problema antico rappresentato dalla bassa produttività, cioè a dire il valore aggiunto, la ricchezza prodotta per una unità di lavoro. Un tema che risale agli anni ’90 e che riguarda la natura stessa dell’economia italiana: buona parte dell’industria italiana è concentrata sulla trasformazione a basso valore aggiunto, i servizi presentano sacche di inefficienza dovuti alla bassa concorrenza. Le ragioni del fenomeno sono molteplici e riguardano il basso livello degli investimenti sia pubblici che privati, il basso livello di spesa in ricerca e sviluppo, le carenze infrastrutturale, il deficit di competenze. Un fenomeno difficile da governare anche perché ci muoviamo in un contesto globale e il debito pubblico è elevato. Non ci sono risposte semplici ed immediate. Il covid, la crisi in Ucraina suggeriscono che siamo di fronte ad una nuova fase che deve essere governata senza fare gli struzzi mettendo la testa sotto la sabbia.

Gli ultimi dati di Banca d’Italia ci consegnano qualche dato su cui riflettere. Cerchiamo di metterli in fila per capire la dinamica in atto:

  • il numero di occupati è cresciuto grazie soprattutto al settore delle costruzioni e negli over cinquanta, a differenza del passato l’aumento è dovuto soprattutto ai dipendenti a tempo indeterminato e quindi non si tratta di precariato,

  • il tasso di partecipazione (occupati e persone in cerca di occupazione diviso per la popolazione in età lavorativa) è salito al 66.7%, il massimo da quando il dato è misurato,

  • il tasso di disoccupazione (persone in cerca di occupazione diviso per occupati e quelle in cerca di occupazione) è rimasto stabile al 7.6% su livelli ben più bassi del dato pre-covid (11% nel 2018).

In sintesi, aumentano le persone attive sul mercato del lavoro ed aumentano gli occupati di pari passo con la quota di disoccupati che rimane stabile. Tutto questo si concilia con una bassa crescita del Pil in quanto mentre le ore lavorate nei primi tre trimestri del 2023 sono cresciute dell’1.1% il valore aggiunto è cresciuto appena dello 0.3%. La produttività del lavoro è data dal rapporto tra i due dati quindi è facile comprendere che possa diminuire.

(Fonte: Huffingtonpost.it)

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