Nel decennio che va dagli anni Ottanta fino ai Novanta, il thatcherismo ha rappresentato una nuova strategia economica rispetto a quella keynesiana, avendo applicato le teorie di Milton Friedman e dei “Chicago boys”. Fino ad allora, i partiti politici, tramite i loro rappresentanti parlamentari, legiferavano su temi caratteristici del keynesismo (stato sociale, nazionalizzazione dell’industria e partecipazioni statali). La nuova politica economico-finanziaria europea era espressione dei conservatori repubblicani americani, che sostenevano le misure neo-liberiste di Ronald Reagan, contraddistinte dalla riduzione della spesa sociale e dalla liberalizzazione dei mercati. Tale prassi economica divenne il mantra dei Governi occidentali.

La fine del secolo passato portò con sé un cambio di modello nel sistema economico: l’internazionalizzazione delle economie, la nascita di istituzioni economiche internazionali tecnocratiche, la cessione di sovranità degli stati nazionali a organismi sovranazionali, il proliferare di accordi economici multilaterali.

Fu il trionfo del mercato sull’interesse sociale e sulle dinamiche democratiche. I Governi nazionali sembravano e sembrano la fotocopia di un consiglio di amministrazione di una banca, con tanti azionisti di riferimento. Già da allora, veniva messo in discussione l’interesse pubblico a favore di quello privato.

In Europa, la crescita progressiva della struttura burocratico-amministrativa degli organi di governo comunitari non si è tradotta in un incremento della coesione sociale dell’Europa, ma in politiche di rigore fiscale e austerità.

I partiti, certamente quelli dell’arco costituzionale, sono stati anch’essi assorbiti dal vortice liberista.

Negli ultimi decenni, le turbolenze che hanno scosso il sistema partitico italiano – forte crescita dell’astensionismo, alta volatilità elettorale, voto ai partiti di protesta quali Lega, Italia dei Valori e Movimento 5 Stelle – ne hanno mutato la composizione. I partiti tradizionali hanno cambiato pelle adeguandosi ai richiami neoliberisti. Finiva la partecipazione dei cittadini alla vita politica: terminava il secolo breve. Non è stato facile, per ciò che rimaneva dei partiti ottocenteschi, rimediare alla crescente disaffezione verso gli stessi.

Sulle macerie del Novecento, sorgeva un nuovo modello politico, economico e finanziario, sempre più elitario.
Un altro fattore, forse poco considerato, potrebbe minare il nuovo ordine europeo. Una nuova visione sta emergendo. C’è chi vuole che l’Italia e l’Unione Europea debbano rimanere dei nani politici, organici alla potenza americana. Questa idea comincia a non essere poi così scontata. La guerra in Ucraina ha risvegliato la consapevolezza – anche se tacitata – della pesante ingerenza statunitense negli affari europei. Altri attori politici sono nati e si affacciano sulla scena pubblica.

È recente la costituzione di Europa Sovrana e Indipendente, un progetto embrionale che annovera tra le sue file ex militari e ambasciatori: due categorie che hanno rappresentato la Nazione italiana all’estero. Il coordinatore, Fabio Filomeni, è un ex ufficiale dell’Esercito italiano. Insignito dal Dipartimento della Difesa statunitense della “Army Achievement Medal” per meriti di servizio acquisiti durante l’operazione sotto egida NATO effettuata in Bosnia Erzegovina, ha restituito la decorazione all’Ambasciata USA dopo che il vertice NATO di Lisbona ha dichiarato “Stato terrorista” la Federazione Russa. Intervistato recentemente da “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, Filomeni ha dichiarato: “Consideravo inopportuno continuare a fregiarmi di una decorazione rilasciata per i servigi svolti in favore di un’Organizzazione (la NATO) che non persegue la pace, anzi”.

Per Filomeni quattro devono essere i punti cardine del progetto da lui recentemente costituito: “liberare l’Europa dalla morsa egemonica degli Stati Uniti; uscire dalla Nato, il cui ruolo, a trentacinque anni dalla Caduta del Muro di Berlino, coincide con la difesa degli interessi di Washington nel mondo, alimentando la loro industria bellica e dominando i Paesi europei militarmente più deboli; creare uno Stato unitario europeo, con nuove istituzioni e con proprie Forze Armate, adeguato ad una superpotenza autonoma; avere una politica estera ed energetica indipendente da ingerenze straniere e fermamente intenzionata a riallacciare relazioni politiche e commerciali con la Federazione Russa”.

Questo ambizioso progetto politico riecheggia quello del fondatore dell’organizzazione Jeune Europe, Jean Thiriart, il quale, perseguendo l’obiettivo di un’Europa sovrana, potente ed armata, propugnò una visione geopolitica ispirata alla teoria dei “grandi spazi” in contrapposizione alle prospettive piccolo-nazionali. Constatando che nel mosaico europeo – costituito da una molteplicità di Stati satelliti degli USA e dell’URSS – l’unico Stato realmente sovrano, indipendente e militarmente forte era quello sovietico, Thiriart auspicava che il Cremlino mettesse da parte le astruserie ideologiche e si proponesse l’obiettivo grandioso dell’unificazione dell’Europa “da Vladivostok a Dublino”, assegnando alla Russia un ruolo analogo a quello svolto dal Piemonte nel Risorgimento italiano o a quello svolto dalla Prussia nella creazione del Reich tedesco. Secondo la strategia delineata da Thiriart, un’azione intrapresa da Mosca ed appoggiata da un movimento rivoluzionario articolato nel resto del continente poteva proporsi di espellere gli statunitensi dal territorio europeo e dal Mediterraneo.

A giugno prossimo si terranno anche in Italia le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Ora, la tornata elettorale avrebbe un reale valore se esistesse una forza politica decisa a battersi per la sovranità e la reale indipendenza dell’Europa. Invece, tanto i partiti di governo quanto quelli della sedicente opposizione sembrano totalmente estranei ad ogni prospettiva che non sia quella della subordinazione ai progetti atlantisti di dominio statunitense, mediati dai vertici della cosiddetta Unione Europea.

Matteo Pio Impagnatiello

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