Ai tempi del Liceo, durante le lezioni di storia di un insegnante supplente che condiva le sue lezioni con una serie di intercalari (“ecco”, “va bene”, erano tra i più gettonati), assieme a un compagno più bravo di me nelle grafiche, mi ero preso la briga di contarli e pubblicarne l’andamento, tra una lezione e l’altra, come fluttuazioni di borsa: il divertimento finì quando il temibile insegnante di greco e latino, da noi ribattezzato “Mocu”, attirato dallo schema esposto in fondo all’aula, lo osservò, e senza neppure leggere i credits, regolarmente indicati, mi punì facendomi portare il banco in fondo all’aula, dinnanzi agli attaccapanni, e sedermi di schiena. Incurante di questi trascorsi, l’altra sera, seguendo (colpevolmente) in modo distratto ed in ritardo Parma Europa – nonostante sapessi esser dedicato ad alcune grandi opere, tra cui lo Stadio Tardini ed il Ponte a Nord ( per quest’ultimo non ho mai simpatizzato, avendomi privato della vista delle Alpi, nelle giornate limpide come quelle di questi giorni, quando passavo in bicicletta sul ponte Bottego, poi ribattezzato delle Nazioni, con tanto di bandiere al vento, volgendo lo sguardo verso sinistra mentre lo attraversavo in bicicletta, provenendo dall’altra parte dell’acqua) – non ho potuto fare a meno di notare come l’assessore al bilancio e allo sport del Comune di Parma, Marco Bosi – nelle ore precedenti piuttosto vituperato dai No-Tar(dini) – abbia pronunciato a raffica l’espressione “non è banale” (curiosamente da me più volte ascoltata ad Alcatraz proprio da chi, su questa vicenda, è designato ad interagire con lui).

Ed in effetti l’affaire Tardini non è banale, dal momento che stiamo parlando – se mai si farà – della più grande opera in città dal dopoguerra in poi, con circa 150 milioni messi sul piatto dall’investitore privato. Quello che i suoi detrattori hanno appena definito “grande player in Comune del Tardini”, ha snocciolato tutta una serie di questioni ancora in ballo – note, peraltro, niente di nuovo sotto il sole – che però starebbero facendo venire l’itterizia a chi deve sbrigarle in tempo utile, cercando di trovare, assieme proprio a lui, prima solido alleato, adesso dicunt un po’ meno, la quadra. Prima molte cose si davano per scontate, al punto da fregarsene bellamente di replicare a qualche rilievo, poi, però, il vento è cambiato e quelle che un tempo apparivano solo come trascurabili quisquilie della burocrazia (perché come tali, forse, eran state contrabbandate…), son diventati ora punti essenziali, meritevoli di documentazioni approfondite, per produrre le quali serve altro tempo, con la famosa richiesta di slittamento che il club ha chiesto alla municipalità e conseguente spostamento in avanti dell’esame della Conferenza dei Servizi, inizialmente sottovalutata quasi fosse una semplice formalità, ma che ora, evidentemente, pesa come un esame decisivo, diciamo non banale.

Comunque sia, a parole, resta l’ottimismo, anche se sarebbe ora di passare dalla propaganda (certa comunicazione all’esterno, in realtà è rivolta all’interno: capita spesso, nelle società di calcio, che nelle conferenze stampa l’allenatore si rivolga ai giornalisti, credendo di aver di fronte i propri calciatori, reali destinatari dei suoi pensieri, e non i lettori, o gli spettatori, o i tifosi, o gli sportivi, o gli interessati) ai fatti. Ma della sintesi della trasmissione che ne trae ParmaLive, ad esempio si è ancora distanti da Immobildream (che non vende sogni ma solide realtà), giacché, di nuovo, ancora una volta, si parla solo di speranze…

Ma al di là delle speranze e delle illusioni e delle tempistiche tutt’altro che certe, l’aspetto (meno banale) che più mi ha colpito, emerso durante il talk show condotto da Pietro Adrasto Ferraguti – che nel parterre ha rispolverato, tra gli altri, Roberto Lisi, che non si vedeva in Tv dai tempi di Elvio Ubaldi – è che il “break even”, (ossia il ritorno dell’investimento) del New Tardini, secondo il PEF (Piano Economico Finanziario) del Parma Calcio, sarà al 63° anno: un po’ in là, se si considera che oggi Kyle Krause ha appena 61 anni (uno e qualche mese in più del suo ex dipendente che Vi scrive) e ne avrà 124 allora… Tutti credono che sia un business cementificare la città con uno stadio, ma se la copertura dell’investimento è così in là nel tempo (che forse neppure i nipotini ne potranno godere, anche perché magari potrebbero essersi nel frattempo stancati del giochino ereditato dall’avolo e magari disfarsene e realizzare, proprio come questi ha fatto qualche settimana fa con l’azienda di famiglia alienata), peraltro secondo un documento stilato da chi si è abituato a partire a ritroso dall’utopia finale, dov’è la convenienza? Purtroppo non ho ricevuto talenti da imprenditore di successo (come altri illuminati, ritengo essenziale il processo, ancor più del risultato) per poterlo capire. Non so voi…

Nel corso del programma è stato tirato a mano anche lo stadio provvisorio, in provincia, che dovrebbe alleviare i disagi dei tifosi Crociati durante quei due o tre anni in cui si sarà in ballo con la riedificazione dell’Ennio (il naming sarà diverso, of course, dovendo garantire un gettito enorme per rientrare nei 63 anni del PEF): ma sul punto tutti i convitati, a cominciare da Bosi (che ha fatto riferimento su come tutte le possibili destinazioni siano in altri Comuni e non in quello di Parma), hanno scaricato ogni cosa sul Parma Calcio che semmai deciderà il come, dove, quando, se verrà percorsa questa soluzione (che vede in concorrenza per la sua attuazione Fidenza, Sorbolo Mezzani, Noceto e Collecchio) anziché emigrare altrove (Piacenza, la cui tifoseria ha già fatto rimostranze su lenzuoli, Bergamo), opzione invisa ai Boys che ancor prima dell’ultimo striscione esposto dinnanzi al muso del presidente e dei suoi uomini, già a Marzo 2023 aveva esternato il proprio pensiero al riguardo.

I 63 anni al “break even” del PEF potrebbero anche esser il punto di partenza della discussione su un’altra annosa questione, ossia la durata della concessione dal pubblico al privato per l’opera. E’ chiaro persino a me, che sono un povero sfigato e non un imprenditore di successo, che sotto i 63 anni nessun investitore, razionalmente, vorrà scendere, pena il non ritorno del cospicuo investimento: anzi, più in là si va – 90?, 99 come per le tombe al Cimitero? – più questi avrà l’opportunità di rientrare e godere, finalmente, della propria visione a lungo del tempo e dei relativi denari utilizzati per perseguirla. Ma stiamo parlando di un lasso di tempo enorme, se consideriamo che solo pochi mesi fa il Tardini ha compiuto il secolo di vita, durante i quali ne ha viste di tutti i colori, dalla fucilazioni in tempo di guerra, ai tubolari provvisori dell’Era Calisto sopra i distinti, oggi, provvisoriamente, ancora lì. Pur avveniristico e futuristico che possa essere (e anche green, che fa così chic) il New Tardini, 60 anni o 90 anni sono una vita: nel tempo serviranno ulteriori ristrutturazioni o adattamenti, pare che entrerà in funzione persino il teletrasporto… Insomma, non sarà una discussione banale, neppure questa.

Intanto il tempo se ne va, come cantava Celentano, negli anni 80 (testo dell’indimenticato Toto Cutugno) guardando la figlia, all’epoca quattordicenne, Rosita (oggi prossima ai sessanta, così, tanto per renderci conto della clessidra): e il tempo se n’è andato, senza che se ne risparmiasse un po’ dando un’occhiata a un progetto pronto e quasi approvato avuto in dote con l’acquisto del club, ma subito, senza sguardo, accantonato per presentarne un altro, più ipertrofico e divisivo, sciupando, sin qui, almeno tre anni, proprio quelli deludenti, sul piano sportivo, durante i quali si sarebbe potuto lavorare a stralci, per esser pronto giusto in tempo per la Resurrezione…

Gabriele Majo

(Fonte: Stadiotardini.it)

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