L’Istat ha pubblicato il rapporto sulla competitività dei settori produttivi italiani, che fotografa la situazione delle aziende del nostro Paese tra il 2019 e il 2022. L’istituto di statistica individua in questo periodo un doppio shock, pandemico ed energetico, che ha cambiato i settori produttivi italiani in diversi modi. Dell’innovazione tecnologica per adattarsi alla rivoluzione digitale in corso fino alla dimensione delle aziende, sono stati molti i cambiamenti avvenuti negli ultimi 4 anni.

Da una parte sono retrocesse le piccole imprese, che hanno lasciato spazio a quelle più grandi. È aumentata l’innovazione e la propensione ad un maggiore utilizzo della tecnologia che in molti casi si unisce a una produttività aumentata. Migliorata anche la situazione finanziaria, con una maggiore sostenibilità economica media. Sullo sfondo però rimane il pericolo di difficoltà nel reperire liquidità senza un taglio dei tassi da parte della Bce.

L’Italia si è allontanata dal suo modello di piccole imprese. Lo rileva l’Istat nel suo rapporto sulla competitività dei settori produttivi, che nota tra il 2019 e il 2022 un netto calo di queste realtà in favore di imprese più grandi. Il numero delle aziende in questo periodo è calato del 7% ma gli addetti sono aumentati di 78mila unità. Il balzo maggiore è stato quello del valore aggiunto delle imprese, cresciuto di quasi il 20%.

Un cambiamento trainato dalle grandi realtà, Dei circa 660mila addetti aggiuntivi di questo periodo, oltre il 66% sono stati assunti da un’azienda media o grande. In alcuni settori come la manifattura e i servizi turistici, questa dinamica è accompagnata anche da una riduzione del numero di aziende totale. Negli altri invece la crescita di valore aggiunto e addetti è accompagnata anche da una crescita delle realtà attive.

Buona parte delle aziende italiane, l’80% per la precisione stando al censimento permanente, partecipa esclusivamente a una sola filiera produttiva. Ci sono otto filiere più rilevanti delle altre nel nostro Paese: Agroalimentare, Mezzi di trasporto su gomma, Energia, Edilizia, Abbigliamento, Macchine industriali (non dedicate), Farmaceutica e cura di persone, animali e case, Sanità.

In totale, queste filiere insieme rappresentano sia la maggioranza assoluta degli addetti, con più del 52% dei lavoratori italiani che sono impiegati al loro interno, sia la maggior parte del valore aggiunto, il 56%. Di queste, le 4 in cui sono concentrate più imprese sono Agroalimentare, Edilizia, Turismo e Mezzi di trasporto su gomma.

L’Istat ha individuato un parametro che distingue nettamente le aziende italiane che contribuiscono di più al sistema produttivo, sia in termini di addetti che di valore aggiunto, da quelle che invece non riescono a competere sia a livello nazionale che internazionale: il dinamismo. In questo termine si riassume la propensione a innovare e a investire in formazione del personale e nell’organizzazione aziendale.

Il 60% delle aziende italiane registra un livello di dinamismo basso o medio basso. Queste realtà contribuiscono però soltanto al 25% del valore aggiunto all’economia del Paese e al 30% circa degli addetti. Il 23% delle imprese invece si distingue come dinamico, e contribuisce al 50% del valore aggiunto e al 44% degli addetti. Un dualismo che è sempre stato presente nel nostro tessuto produttivo ma che si è accentuato negli anni tra il 2018 e il 2022 secondo le rilevazioni Istat.

In generale, sono le grandi aziende ad essere le più dinamiche, mentre quelle piccole risultano meno competitive, meno in gradi di innovare e quindi di adattarsi ai cambiamenti che gli shock pandemico ed energetico hanno comportato. Per le aziende rimaste nel mezzo di questa partizione, negli ultimi anni si è verificata una netta polarizzazione. Quelle che sono state in grado di investire in innovazione sono state trascinate verso la minoranza più dinamica. Al contrario, quelle che hanno puntato su un taglio degli investimenti per proteggersi dagli shock sono state risucchiate nella parte meno produttiva del Paese.

Non tutti i settori industriali si adattano ai cambiamenti tecnologici nello stesso modo. L’unico settore dell’innovazione digitale che sembra trasversale sia alla manifattura che ai servizi è quello della sicurezza informatica. Solo in questo caso, gli investimenti sono stati circa gli stessi tra i due segmenti dell’economia italiana. Il terziario invece punta molto di più sull’analisi dei big data. Le imprese del secondario al contrario vedono più di buon occhio investimenti nella stampa 3D, nell’automazione e nell’IOT (Internet delle cose).

Nel suo rapporto l’Istat ha anche analizzato la stabilità economico finanziaria delle aziende italiane, riscontrando un aumento della robustezza delle imprese. Si tratta di un fenomeno piuttosto comune durante le crisi a livello macroeconomico. Le aziende più deboli, in grado di sopravvivere in periodi di benessere economico, finiscono per soccombere quando poste sotto stress da situazioni estreme, come quelle verificatesi tra il 2019 e il 2022 a causa prima della pandemia e poi della crisi energetica.

L’Istat utilizza l’indicatore di sostenibilità economico finanziaria, che divide le aziende in quelle “In salute”, “Fragili”, “A rischio” e “Fortemente a rischio”. Il primo dato rilevante è l’aumento molto deciso negli ultimi 10 anni delle aziende in salute. Nel 2022 erano il 37% del totale e avevano raddoppiato il numero di addetti occupati al loro interno rispetto al 2011. Questo dato sottolinea come il periodo di shock abbia portato a un rafforzamento del tessuto produttivo del Paese.

Al contempo, è stato altrettanto netto il calo delle aziende individuate nelle ultime due categorie, quelle a rischio e fortemente a rischio. Queste sono passate dal rappresentare il 34% del totale nel 2011 al 20% circa nel 2022. Un calo spinto soprattutto dalle imprese dell’ultima categoria, passate da rappresentare quasi un quinto del totale a soltanto il 10%.

L’Istat rileva però anche una possibile fragilità futura delle imprese italiane. Secondo una simulazione eseguita dall’istituto di statistica, le aziende in salute e fragili, quindi quelle considerate più stabili dal punto di vista finanziario, presentano una percentuale di quasi il 25% che è esposta alla riduzione di liquidità disponibile causata dall’aumento dei tassi di interesse. Secondo quanto rilevato quindi, se la stretta sui tassi non venisse allentata a breve dalla Banca centrale europea, queste imprese correrebbero il rischio di passare nelle ultime due categorie dell’indicatore di sostenibilità economico finanziaria.

(Fonte: Quifinanza.it)

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