Ne parlava già Sergio Endrigo nel lontano 1970: il cane, il gatto, io e te. Un gruppetto allora un po’ bizzarro che oggi invece gode praticamente di uno stato di diritto: si chiamano famiglie multispecie e sono quei nuclei “allargati” che includono gli animali domestici come loro parte costitutiva considerandoli “soggetti” e non “proprietà”. In altre parole, “cani e gatti sono trattati come figli, fratelli, nipoti”, spiega nel suo libro Just like family: how companion animals joined the household (New York University Press, 2021) la sociologa Andrea Laurent-Simpson, tra le prime ad aver dato risonanza al fenomeno di “umanizzazione” cui stiamo sottoponendo i nostri pet d’elezione, seguiti a stretto giro nella scalata sociale (e forse evolutiva) da cuginetti alla lontana quali criceti, canarini, pesci rossi, tartarughe, pogone del deserto e pangolini volanti.

Con implicazioni enormi, spiega Laurent-Simpson: “I proprietari americani di animali domestici stanno trasformando la definizione culturale di famiglia”. E non solo perché tengono conto dei loro amici quattrozampe in decisioni quali “l’acquisto della casa, l’ubicazione del lavoro, i viaggi, il budget (nel 2020 hanno speso per loro oltre 103 miliardi di dollari)”, ma perché ne sarebbero influenzati addirittura in questioni fondamentali quali la fertilità: “Il ruolo dell’animale da compagnia in una famiglia multispecie e senza figli può contribuire in modo incrementale a ritardare o addirittura a rinunciare a una gravidanza”, afferma la sociologa.

Una nuova struttura familiare diversificata rappresentata anche nei tribunali di alcuni Stati americani, dove esistono norme che tutelano gli animali di affezione anche nei casi di divorzio e separazione, stabilendo con quale “genitore affidatario” preferiscano stare. D’altronde, secondo David Grimm, autore del libro Citizen Canine (PublicAffairs, 2014), il 67 per cento delle famiglie americane ha un gatto o un cane (rispetto al 43 per cento che ha bambini), l’83 per cento dei proprietari si riferiscono a se stessi come alla “mamma” o al “papà” del loro animale e il 70 per cento ne festeggia il compleanno con regali, party e cotillon. Bella fortuna per cani e gatti americani (o possessori di green card) che, forse ignari del ruolo centrale acquisito a buon diritto, vista la compagnia che fanno agli umani, intanto si godono i privilegi di un posto in prima fila.

Conquistato però anche dai loro “parenti” oltreoceano, qui in Italia, dove “la pet economy ha assunto molte similarità di business con la baby care” (Ansa, 2020), tanto da indurci alla creazione di servizi, spesso extra lusso, un tempo riservati ai soli cuccioli bipedi: l’asilo la mattina (i dog day care a Milano e provincia sono centinaia), il pomeriggio lo yoga (molte le palestre in cui ci si esercita in compagnia dei quattrozampe), la sera una corsetta al parco col personal trainer (diverso dal dog sitter). E poi tutti fuori a cena da Fiuto (se si vive a Roma) per una bowl chicken (or fish or meat or veg) del dog menu dedicato dal ristorante “specie-inclusivo” agli animali di compagnia (a chi poi paga il conto).

Secondo Eurispes (dati 2023), in Italia ci sono 65 milioni di pet (le cifre aggiornate sono consultabili all’Anagrafe degli animali d’affezione, il registro nazionale di cani, gatti e furetti identificati con microchip nel nostro Paese, mentre i conigli hanno un registro a sé). Quasi 19 milioni sono i cani e i gatti, con questi ultimi ormai stabilmente oltre i 10 milioni di esemplari (vanno molto anche i pesci: 30 milioni; gli uccelli ornamentali, i piccoli mammiferi e i rettili). A Natale gli si compra il Canettone o il Candoro, li si intrattiene con la playlist di Spotify Una canzone Pet te, gli si regalano torte di compleanno confezionate da professionisti della pasticceria animal friendly. E li si trasporta su mezzi di locomozione più o meno adatti: è oggi frequente vedere cani di piccola taglia all’interno di appositi passeggini in niente differenti da quelli destinati ai neonati, compresa la versione a due piazze per gemelli… diversi. O gatti stipati in zainetti con oblò trasparente ideali, pare, per portarci appresso il nostro esemplare di felino mentre facciamo trekking, invece che lasciarlo solo a casa ad annoiarsi sul divano.

Ma la vera rivoluzione ci sarà se e quando anche in Italia, come già succede ovviamente negli Stati Uniti, arriverà l’Esa, l’Emotional Support Animals, cioè il certificato rilasciato da un professionista della salute mentale (psichiatra, psicologo) che attesti la necessità di un “animale da supporto emotivo” (a differenza dei cani da assistenza per ipovedenti o persone disabili non necessita di alcun tipo di addestramento) per chi soffre di determinate patologie psichiatriche identificate dal DSM5, quali ansia generalizzata, depressione, attacchi di panico, fobie specifiche, disturbi del tono dell’umore. In pratica, chi è in possesso del certificato ha l’inconfutabile diritto (e privilegio) di portare con sé il suo pet ovunque e gratuitamente: in aereo, al cinema, al ristorante o alla Metropolitan Opera House. Nessuno può loro vietare l’ingresso, pena la violazione dei diritti (di entrambi) e il possibile ricorso alle forze dell’ordine per vederli rispettati.

Quali sono gli animali da supporto emotivo? Primo certo viene il cane, ma nulla vieta che a ridurci la tachicardia o a offrirci una rassicurante relazione di prossimità siano caprette, conigli, tartarughe, maialini (Clooney docet). Basta che siano… carini, o almeno carini per noi. A questo punto è lecito chiedersi: ma loro, gli animali, saranno davvero contenti di essere sempre più trattati da umani? Risponde Angelica Bassi, etologo e comportamentalista a Milano (angelicabassi.com): “Sicuramente cani e gatti non sono bambini: se li tratto come tali, sbaglio tipo di comunicazione e potrebbero manifestare prima o poi dei disagi. Sono io, umano, che devo imparare a comunicare con loro secondo il linguaggio animale”.

Perché, a dispetto di ogni battuta, trattarli da cani significa volergli bene: “Conoscere le esigenze di un cane significa evitare l’antropomorfizzazione: non lasciar libero l’animale di camminare lungo i marciapiedi, inseguire gli odori, annusare le tracce infilandolo in un passeggino o in uno zaino, significa impedirgli di seguire la sua natura e quindi adottare un comportamento che si avvicina al maltrattamento”. E come in tutte le relazioni, è bene non riversare sull’altro ciò che manca a noi, spiega ancora Bassi: “Il cane respira le nostre emozioni, conosce i nostri stati d’animo, percepisce l’ansia e l’instabilità e sviluppa disagi che manifesta in vari modi quando noi non siamo equilibrati e tentiamo di compensare ciò che ci manca con l’animale stesso”. Avvisava già Peter Singer, filosofo, attivista e autore di Animal Liberation (Il Saggiatore, 2010): “Gli animali possono diventare depressi quanto le persone”. Occhio pertanto a preservarne la salute (anche mentale). “Tocca a me, essere umano, conoscere l’animale, studiarlo, capire come funziona”, conclude Bassi, “un po’ come quando compro una macchina e non leggo il libretto delle istruzioni: mi limito ad apprezzarla in superficie e non saprò mai, o saprò tardi, che compiendo un’azione specifica ottengo quella particolare reazione. I cani e i gatti ci capiscono ma non parlano la nostra lingua”. Teniamone conto.

(Fonte: Elle.com)

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