Nel nostro precedente articolo “Stadio Tardini: tra il privato e il Comune, alla fine chi pagherà il conto?” abbiamo visto come il mantra “I soldi per lo stadio li mette Krause. Il Comune non ci mette nulla!” viene accettato da tutti gli attori in campo — giunta comunale, maggioranza, opposizioni, stampa locale, opinionisti, blogger, tifosi, esponenti di ordini professionali, cattedratici — come una verità assoluta sulla quale non si può discutere.

Cosa c’è di sbagliato in questa narrazione? C’è che esiste una enorme e sostanziale differenza tra un’iniziativa imprenditoriale tutta privata e una realizzata in project financing pubblico-privato. Nel secondo caso, i rischi e gli oneri economici in caso di imprevisti o di insuccesso del progetto non ricadono solo sul privato, ma inevitabilmente anche sull’ente pubblico.

Diventa quindi fondamentale, nell’interesse di tutti i cittadini e per la salvaguardia delle finanze del Comune, che l’operazione in project financing del nuovo Tardini sia sottoposta a una accurata, completa e imparziale disamina degli aspetti economico-finanziari, nonché dei rischi connessi, che vincoleranno l’amministrazione comunale per tutta la durata della concessione al privato attraverso tre documenti progettuali fondamentali:

  • il piano economico finanziario (PEF);
  • la matrice dei rischi;
  • il contratto di concessione (la convenzione);

e che tutto ciò avvenga con la massima trasparenza e diffusione delle informazioni nei confronti dei cittadini.

Perché nessuno parla della questione economico-finanziaria e dei rischi che il project financing comporta per la pubblica amministrazione?

Perché finora nessuno ha sollevato la questione inerente agli aspetti economico-finanziari e contrattuali del progetto del nuovo Tardini?

Esistono soluzioni diverse dal project financing, che comportano meno rischi per la pubblica amministrazione. Perché non sono state considerate?

Perché in nessuna seduta del Consiglio o delle Commissioni comunali e in nessun articolo della stampa locale sono stati mai messi sul tavolo, per essere esaminati e discussi, il piano economico finanziario, la matrice dei rischi e il contratto di concessione del progetto e inserite nel dibattito ipotesi diverse dal project financing?

Se il PEF del progetto preliminare da 93,6 milioni di investimento è stato bocciato, come è possibile che il Comune possa approvare il definitivo da 168,8 milioni?

Com’è possibile che il Comune approvi il PEF di un progetto definitivo con un investimento di € 168,8 milioni per uno stadio con 20.986 posti a sedere e ricavi complessivi dichiarati di € 1,35 miliardi in 87 anni di vita utile, quando la società di consulenza Iniziativa Cube S.r.l. (ingaggiata dal Comune per un costo di € 48.080) ha sonoramente bocciato il PEF del progetto preliminare da € 93,6 milioni per uno stadio con 24.738 posti a sedere e ricavi complessivi dichiarati di € 612,8 milioni in 87 anni di vita utile, definendolo irrealistico principalmente per i ricavi fortemente sovrastimati e i costi operativi e di manutenzione oltremodo sottostimati?

Di seguito riportiamo alcuni passaggi della relazione sul PEF del progetto preliminare redatta dalla società di consulenza esterna, esperta in project financing del settore pubblico:

  • Costo di realizzazione dello stadio: “il costo complessivo di realizzazione appare oltremodo elevato in relazione alla dimensione e capienza dello stadio, anche sulla base di strutture analoghe e benchmark nazionali ed internazionali analizzate sulla base di informazioni di pubblica disponibilità”.
  • Ricavi da naming rights e sponsorizzazioni: “Gli introiti derivanti dai naming rights … estremamente elevati in considerazione dei benchmark rilevati sul mercato nazionale ed internazionale”; “si ritiene che comunque la stima effettuata, superiore di circa il 100% rispetto al dato medio comparabile, rimanga oltremodo sovradimensionata”.
  • Canone a carico dell’utilizzatore dello stadio: “importo estremamente elevato rispetto, anche in questo caso, ai principali benchmark di riferimento che, per strutture analoghe, corrispondono canoni inferiori di oltre la metà rispetto a quelli proposti”.
  • Ricavi da eventi: “a fronte di ricavi significativi per questa business line, sono previsti costi estremamente contenuti, con un margine che per questa tipologia di attività appare oltremodo consistente”.
  • Costi operativi: “così come rilevato per i ricavi, non vengono forniti adeguati dettagli circa le modalità di formulazione delle stime riportate nel PEF”.
  • Costi di manutenzione: “L’ammontare proposto, che vale circa lo 0,9% dei costi di realizzazione, andrebbe verificato nella sua congruità rispetto agli effettivi impegni che deriveranno, soprattutto nelle fasi avanzate della concessione, per la manutenzione dell’asset”.
  • Durata della concessione: “si ritiene di opportunamente rivalutare la congruità della durata della concessione proposta, anche in ragione dell’indicazione di un pay back period che, per quanto riguarda il rendimento degli azionisti, è inferiore di 25 anni”.

Dato che il progetto definitivo in corso di esame prevede una riduzione dei posti a sedere da 24.738 a 20.986, come si può ritenere verosimile che uno stadio con 3.752 posti in meno (-15,2%), mantenendo invariate le altre caratteristiche e funzioni, possa generare ricavi annuali più che raddoppiati (+122,2%) rispetto a quelli già ritenuti inverosimili del progetto preliminare?

Più le cifre del PEF sono alte e le previsioni irrealistiche, maggiori sono i rischi che il conto lo paghi la pubblica amministrazione

L’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) e la Corte dei Conti hanno più volte evidenziato come, una volta approvato il PEF e sottoscritta la convenzione, ci si muoverà in un contesto in cui il concessionario cercherà di “scaricare” il più possibile sulla pubblica amministrazione gli imprevisti e i risultati economici eventualmente al di sotto delle previsioni, invocando ogni volta il riequilibrio.

Più le cifre sono alte e le previsioni del PEF irrealistiche (es. ricavi di gestione sovrastimati e/o costi operativi e di manutenzione sottostimati), maggiori sono i rischi che qualcosa vada storto e debba essere la pubblica amministrazione a farsene carico. La sostenibilità economico-finanziaria di un’operazione realizzata in partenariato pubblico privato è un requisito essenziale e ineludibile per tutelare l’ente concedente da qualsivoglia sgradita “sorpresa”.

Se devono essere le entrate di gestione dell’opera a remunerare il privato, senza contributi dell’ente pubblico concedente, diventa fondamentale assicurare la corretta definizione e trasferimento dei rischi in capo al privato concessionario, con particolare riferimento ai seguenti:

  • rischio di costruzione: ritardo nei tempi di consegna dell’opera, non rispetto degli standard di progetto, aumento dei costi, inconvenienti di tipo tecnico nell’opera, mancato completamento dell’opera stessa;
  • rischio di domanda: il rischio legato alla mancanza di utenza e quindi a una riduzione delle entrate e dei flussi di cassa previsti;
  • rischio di disponibilità: capacità del concessionario di erogare le prestazioni contrattuali in base agli standard quantitativi e qualitativi previsti sostenendo i costi operativi ed eseguendo la corretta e necessaria manutenzione ordinaria e straordinaria dell’opera;

escludendo la possibilità che, al verificarsi di qualunque imprevisto o condizione sfavorevole per il privato, i relativi impatti possano ricadere sull’ente pubblico concedente.

Alcune domande per i nostri amministratori

Alla luce di quanto sopra evidenziato, ecco alcune domande per i nostri amministratori:

  • Cosa succede se il concessionario, gestore dello stadio, non riesce a realizzare le entrate preventivate nel PEF? Chi si farà carico delle mancate entrate?
  • Cosa succede se il concessionario si trova a dover affrontare costi operativi superiori a quelli preventivati nel PEF? Chi si farà carico dei maggiori costi?
  • Cosa succede se il club di calcio che utilizza lo stadio non riesce a iscriversi al campionato o non è in grado di pagare il canone o fallisce? Chi si farà carico delle mancate entrate?
  • Cosa succede se il PEF non ha preventivato costi di manutenzione ordinaria e straordinaria adeguati a mantenere lo stadio efficiente e in sicurezza per tutti gli 87 anni della sua vita utile? Chi si farà carico di quei maggiori costi?
  • Che cosa succede se modifiche alle norme sulla sicurezza degli impianti sportivi rendessero necessari onerosi interventi di adeguamento dello stadio? Chi si farà carico dei costi di adeguamento?
  • Cosa succede se durante gli scavi per la realizzazione del parcheggio interrato si rendesse necessaria una interruzione dei lavori o non fosse possibile completarli? Su chi ricadrebbero gli oneri determinati dal ritardo o dal mancato completamento dell’opera?
  • Che cosa succede se dopo il via libera al progetto esecutivo del nuovo stadio le autorità giudiziarie riscontrassero irregolarità nel procedimento approvativo del progetto? Su chi ricadrebbero gli oneri di eventuali provvedimenti interdittivi? Chi pagherà le penali previste dal contratto e il risarcimento dei danni al privato concessionario? È sotto gli occhi di tutti quello che sta accadendo con il cantiere del Mall di Baganzola per causa di un permesso a costruire illegittimo. Il Comune (cioè i cittadini) rischia di dover risarcire più di € 100 milioni.

È fondamentale che l’ente pubblico concedente:

  • effettui una preliminare accurata attività istruttoria, connotata da un elevato grado di approfondimento e preordinata a individuare i rischi propri della tipologia dell’opera e dei servizi connessi, anche in ragione della durata spropositata (90 anni) della concessione;
  • rediga un contratto con clausole chiare e inequivocabili e una matrice dei rischi con il dettaglio di tutte le casistiche necessarie a garantire l’effettivo trasferimento dei rischi e la loro permanenza in capo al privato concessionario.

È evidente, infatti, che una errata previsione del piano economico finanziario e la mancata allocazione ex ante dei rischi può vanificare il vantaggio insito nella scelta di realizzare l’opera in project financing e determinare gravi ricadute negative sul patrimonio e le finanze del Comune.

Un’operazione della durata di 90 anni, con un investimento di 168,8 milioni e ricavi complessivi di 1,35 miliardi. Se qualcosa va storto, chi paga?

Stiamo parlando di un’operazione di project financing della durata di 90 anni, con un investimento di € 168,8 milioni, con ricavi complessivi di € 1,35 miliardi, con un tasso di rendimento interno (TIR) del capitale investito del 8,62% annuo per gli azionisti. Giusto per dare un’idea: un capitale di € 1.000 investito per 87 anni con un rendimento dell’8,62% produce € 1.330.919 di capitale finale, cioè 1.330 volte l’investimento iniziale. Se qualcosa va storto, chi paga? Per quali casistiche il concessionario potrà ottenere il riequilibrio della gestione a carico del Comune?

Perché il Tardini deve rimanere lì e tutti vogliono la concessione in project financing, invece della più semplice e sicura vendita del diritto di superficie a tempo determinato?

È forse questo il motivo per cui si insiste tanto che lo stadio deve rimanere lì dov’è, su suolo pubblico, e deve essere realizzato con la formula del project financing, con tutti i rischi che questo comporta per il Comune di Parma?

Come mai i nostri amministratori non hanno optato per una più semplice e sicura vendita del diritto di superficie a tempo determinato (ex artt. 952 e 953 c.c.), in modo che il Tardini sia realizzato e gestito in forma privata, con tutti i rischi e gli oneri dell’operazione indubbiamente a carico del privato, e con il terreno che allo scadere del contratto tornerebbe (con tutto quello che c’è sopra e sotto) di proprietà del Comune?

Osservatorio Stadio Parma

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