Le elezioni presidenziali, tenutesi nella Federazione Russa dal 15 al 17 marzo, hanno registrato un’affluenza pari al 77,44% e una schiacciante vittoria di Vladimir Putin, con l’87,26% dei voti.

Dietro colui che è a capo del Paese dal 26 marzo 2000, seguiva a distanza Nikolaj Charitonov, candidato del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF). Il Partito Comunista russo è, dopo Russia Unita, la forza politica più importante del Paese. Anche se non governa, già dalla sua nascita ha orientato la politica estera russa verso il ritorno alla grandeur sovietica. Il suo leader storico è Gennadij A. Zjuganov, convinto sostenitore della politica russa sull’Ucraina degli ultimi dieci anni, nonché eterno secondo candidato più votato in diverse precedenti tornate elettorali presidenziali.

La pubblicazione di Stato e Potenza da parte delle Edizioni all’insegna del Veltro (aprile 1999, a cura di Marco Montanari) ci consente di scoprire il vero volto dei comunisti russi, dopo la loro metamorfosi.

Alla sua uscita, già venticinque anni fa, il testo non passò in sordina, ma suscitò interesse e scalpore. La premessa – dell’editore Claudio Mutti – ci informa dell’eco mediatica che ha amplificato la confusione sull’argomento ed ha prodotto tesi e descrizioni non sempre obiettive. Sul Corriere della Sera del 9 dicembre 1998, ad esempio, l’articolo di Roberto Delera era così intitolato: “Il comunista Zjuganov e quell’asse-choc con l’Italia neonazista”. Sempre nella premessa, viene riportato un documento del luglio 1993 a firma di Zjuganov, nel quale il leader comunista riconosceva ad alcuni collaboratori delle riviste Orion e Origini – fra i quali l’editore d Stato e Potenza – il ruolo di rappresentanti in Italia dell’opposizione al regime filoatlantico di Eltsin.

Così Zjuganov: “Particolarmente importante ci appare l’attività di Orion per la vicinanza di orientamento nell’accomunare da un lato forze di sinistra che insistono sul principio della giustizia sociale e dall’altro movimenti che insistono sulla giustizia nazionale”.

Nel suo saggio introduttivo – dal titolo Stato e Potenza: un “cambio di pietre miliari” – Marco Montanari scriveva che “scomparsa l’URSS, Gennadij Zjuganov ha individuato proprio nella demolizione delle tesi di Lenin sullo Stato il punto di partenza per la revisione ideologica più complessiva avviata nel 1994 con la pubblicazione di Stato e Potenza, un’opera iconoclasta già a partire dal titolo originale, Derz̆ava, un termine carico di significati e suggestioni legate al passato zarista della Russia”. Si passa, quindi, dallo Stato e Rivoluzione di Lenin allo Stato e Potenza di Zjuganov.

Montanari precisava che alla stesura di Stato e Potenza avrebbe collaborato Aleksandr Dugin, ideologo dell’eurasiatismo contemporaneo. Nel testo, infatti, sono individuabili tesi riconducibili al pensiero di Dugin, pur con dei distinguo che sottolineano la forma imperiale di stato e la centralità della dimensione eurasiatica della Russia.
Già allora – successivamente al crollo dell’Unione Sovietica – Zjuganov anticipava scenari che, dato l’odierno contesto, si sono rivelati realistici. Secondo il leader comunista russo “Nel caso di un esito fallimentare del processo di ‘democratizzazione’ della Russia, e di vittoria delle cosiddette ‘forze conservatrici’, verranno scatenati conflitti militari con il coinvolgimento della Russia sul territorio dell’ex URSS, lungo l’intero perimetro del confine russo che attraversa le varie parti dell’Unione”. Tale previsione si è realizzata nei giorni nostri.

Non si può non concordare con il curatore quando rileva che l’importanza di Stato e Potenza non ha avuto il giusto riconoscimento in Occidente: “Impegnati in un ponderoso dibattito sulla fine del comunismo in Russia, gli ultimi esponenti della sovietologia ed i saggisti e russisti più noti hanno finito con il sottovalutare il radicale processo di rifondazione del comunismo sovietico: questo sforzo enorme, tuttora praticamente sconosciuto, ha operato quel ‘cambio di pietre miliari’ che ha colto impreparati storici e politologi dando luogo talvolta a fraintendimenti e malintesi; l’opinione pubblica occidentale, di conseguenza, è stata privata degli strumenti per comprendere gli avvenimenti politici russi e della possibilità di conoscerne direttamente i protagonisti e le idee”.

Dopo aver letto Stato e Potenza, ci si accorge che lo zjuganovismo, nel tentare di fornire risposte ai dilemmi della società, percorre una terza via tra il marxismo e il capitalismo. Ed è su questo percorso ideologico che Zjuganov incontra quella che Montanari definisce, con una semplificazione che potrà apparire impropria, la “destra nazionalista russa ed europea”.
Come Marco Montanari crediamo che, alla luce degli sviluppi dei fatti e delle politiche della Federazione Russa, il testo di Zjuganov risulti estremamente attuale, nonostante il tempo passato dalla sua pubblicazione.

Matteo Pio Impagnatiello

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