«In Italia sino al 25 luglio c’erano 45 milioni di fascisti; dal giorno dopo, 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti»: è la frase attribuita a Winston Churchill che, con sarcasmo, riporta la condizione di un Paese che nel 1940 è entrato in guerra inneggiando al fascismo e tre anni dopo se ne è subito dimenticato. Non è il caso di Giuseppe Bottai – lo storico Renzo de Felice lo definì “un unicum nel fascismo”- come si evince dalla lettura di “Mussolini io ti fermo” (casa editrice Guerini e associati, 2023), ultima fatica letteraria del nipote, Angelo Polimeno Bottai, quest’ultimo giornalista Rai. Che scrive: «Nato pochi mesi dopo la sua morte, Giuseppe Bottai purtroppo non l’ho mai incontrato. Un doppio dispetto del destino: come nipote e come giornalista. In questa seconda veste, tuttavia, posso raccontare chi è stato l’uomo che più di tutti ha rappresentato ragione e coscienza del 25 luglio 1943».

Il libro contribuisce a dipanare la complessa figura di Giuseppe Bottai, che “per i nostalgici del Ventennio è un traditore. Per molti antifascisti nessun protagonista di quella stagione ha diritto all’onore”.

Non sarà stato facile per l’autore condensare nelle 255 pagine l’intensa vita di Giuseppe Bottai. E’ stato politico, militare e giornalista e ha ricoperto importanti incarichi istituzionali: governatore di Roma, governatore di Addis Abeba, ministro delle Corporazioni e ministro dell’Educazione nazionale durante il Ventennio. Fu tra i diciannove gerarchi che votarono la mattina del 25 luglio 1943 a favore dell’ordine del giorno Grandi, con cui il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò il Duce.

Mussolini lo stimava, tanto che una volta disse di lui quell’ “uomo intellettualissimo”. Bottai piaceva agli intellettuali e ai giovani e si teneva aggiornato sulla politica sindacale e culturale straniera. Si dedicò quasi ininterrottamente all’attività giornalistica, fondando importanti testate, come Critica fascista e Primato, all’interno delle quali trovavano spazio anche personalità non allineate al Regime.

Dal 1926 al 1929 ha ricoperto l’incarico di sottosegretario al Ministero delle corporazioni, di cui assunse la titolarità nel 1929 e restando ministro fino al 1932.

In questo periodo emanò la Carta del Lavoro e ottenne la cattedra di diritto corporativo all’Università La Sapienza di Roma. Bottai definì la Carta del Lavoro “non una antitesi, ma un superamento dei Diritti dell’Uomo” della rivoluzione francese, perché metteva in rilievo l’uguaglianza dei “produttori e dei lavoratori” piuttosto che dei cittadini astratti e perché stabiliva la “supremazia assoluta della Nazione sui cittadini” piuttosto che quella di una casta sull’altra.

Sabino Cassese ha scritto : “Non passa anno che non arrivasse in Italia, durante il ventennio, un giornalista o uno studioso americano per studiare l’esperienza corporativa fascista. Più tardi l’ideologia pianificatrice avrebbe continuato a manifestare il suo peso, con l’articolo 41 della Costituzione, la creazione dell’apposito ministero del Bilancio e Programmazione economica e i tentativi di passare ad esso compiti e strutture del ministero del Tesoro”.

Nel 1936 divenne ministro dell’Educazione Nazionale. Per la prima volta “alle università viene consentito di avvalersi, come docenti, di artisti di chiara fama non laureati e senza concorso. Provvedimento che spalanca le porte dei migliori atenei a personalità dello spessore di Ungaretti, Quasimodo, Pratolini, Morandi, Carrà, Casorati, Oppo, Manzù, Guttuso, Gatto e diversi altri , tra cui Rosai”, scrive il nipote nella biografia dedicata al nonno.

Bottai rafforzò le soprintendenze, che furono portate da ventotto a cinquantotto; regolamentò in maniera rigida le esportazioni all’estero dei beni culturali. Inoltre, statuì per legge che il due per cento “della cifra stanziata per la costruzione di nuovi edifici pubblici debba essere impiegata per la decorazione degli stessi”.

Allora non esisteva ancora il ministero dei Beni culturali e quello per l’Ambiente: dunque Bottai dovette occuparsi anche del più importante patrimonio artistico del mondo e delle bellezze naturali italiane. Tale compito venne svolto nel migliore dei modi, con l’approvazione di leggi molto avanzate: un esempio per tutti è stata la creazione dell’Istituto centrale di restauro e la legge sulla difesa del paesaggio.

Così come svolse egregiamente la gravosa opera di tutela dell’immenso tesoro artistico italiano durante l’ultimo conflitto mondiale. Giuseppe Bottai era dell’idea che «il patrimonio artistico nazionale debba essere difeso strenuamente e con ogni mezzo, ma sul territorio nazionale, alla stessa stregue delle famiglie, delle case, della terra».

A seguito della caduta del regime fascista, dopo il carcere e la successiva scarcerazione, il capitolo 13 descrive la scelta di Bottai di arruolarsi nella Legione straniera, per combattere i nazisti. A guerra finita, e con la sentenza di assoluzione da parte della Cassazione, decide di congedarsi e tornare finalmente a casa dai suoi.

Nell’ultima parte del libro l’autore ricorda la proposta dell’allora sindaco di Roma, Rutelli, di dedicare una via a Giuseppe Bottai. Ma, evidentemente, nel 1995 i tempi non erano ancora maturi e la proposta fu ritirata: un’ulteriore occasione mancata per rendere concreta, a distanza di tempo dalla fine della Seconda guerra mondiale, la tanto auspicata pacificazione nazionale.

Matteo Pio Impagnatiello

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